Stalking: cos’è e come difendersi

Con il d.l. 11/2009 veniva introdotto nel nostro ordinamento giuridico l’istituto dello stalking. Questo termine inglese, la cui traduzione letterale non coincide con l’idea di “atti persecutori” sotto cui il reato è rubricato nel codice penale, prevede la punibilità di una serie di condotte che, nel corso del tempo, hanno destato e destano molta insicurezza ed uno stato di profonda soggezione nelle vittime.
L’articolo 612 bis del codice penale prevede che chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita: questo è il concetto giuridico di stalking che ha tentato di ricondurre ad un profilo sanzionatorio più incisivo tutte quelle condotte che, in precedenza, venivano punite in base ad altre fattispecie di reato, come la violenza privata.
Abbiamo chiesto a Dirk Campajola, Aiga Venezia, di fare quattro chiacchiera con noi per capire più da vicino la reale portata di questo istituto anche alla luce delle ultime novità introdotte dal Legislatore.

Avvocato, molte persone tendono a ricondurre al reato di stalking tutta una serie di comportamenti che, seppure fastidiosi e, talvolta, realmente intollerabili, non possono trovare punizione in base alla fattispecie di reato di cui si discute. Per chiarire la base giuridica del reato, è necessario parlare di “interesse giuridico protetto”, cioè – riassumendo – di quegli aspetti della vita di ciascuno che, in base all’ordinamento, meritano una tutela. Quale sarebbe il bene giuridico protetto nel caso dello stalking?
Va premesso che nel sistema penale vige il principio di offensività, cioè vengono puniti solamente determinati comportamenti che abbiano cagionato la lesione, anche in senso di nocumento potenziale, del bene giuridico protetto da una norma di legge. Nel caso del c.d. stalking, il reato è disciplinato dall’art. 612bis del codice penale che è collocato, nel titolo riguardante i delitti contro la persona (primo indizio sul bene giuridico protetto), tra quelli contro la libertà personale (secondo indizio) ed, in particolare, nella sezione che riguarda i delitti contro la libertà morale (terzo indizio). Seguendo anche la più recente giurisprudenza, si può dire che con il reato di stalking si mira a tutelare la tranquillità psichica, ed in definitiva della persona nel suo insieme, che costituisce condizione essenziale per la libera formazione ed estrinsecazione della volontà personale.

La legge parla di “reiterazione” delle condotte. Potrebbe proporci qualche esempio?
Affinchè possa sussistere il reato di stalking è necessario che l’autore metta in atto più comportamenti. Va sottolineato che integrano il delitto di atti persecutori anche due sole condotte tra quelle descritte dall’art. 612 bis c.p. mentre, invece, invece, un solo episodio, per quanto grave e da solo anche capace, in linea teorica, di determinare il grave e persistente stato d’ansia e di paura previsto dalla norma, non è sufficiente a determinare la lesione del bene giuridico protetto potendolo essere, invece, alla stregua di precetti diversi. Alcuni esempi concreti di comportamenti reiterati posso essere il chiamare numerose volte una persona, od inviarle sms, nell’arco della giornata e reiterare queste azioni oppure inviare tanti messaggi tramite le app di messaggistica (whatsapp, ecc.) oppure ancora appostarsi sotto l’abitazione della vittima, seguirla nei suoi spostamenti, recarsi più volte presso il suo luogo di lavoro.

Affinché il reato si concretizzi, è necessario che le condotte provochino nella vittima almeno una delle conseguenze previste dalla legge: alterazione delle abitudini di vita, un perdurante stato di ansia o paura, un fondato timore per l’incolumità propria, di un prossimo congiunto o di terzi a cui la vittima è sentimentalmente legata. Riusciamo a spiegare un po’ meglio il significato di queste tre condizioni?
Innanzitutto, non è necessaria che sussistano tutte queste tre conseguenze ma è, invece, sufficiente che gli atti messi in pratica dall’autore del reato cagionino uno solo di questi eventi. Il perdurante e grave stato d’ansia o di paura viene inteso non come uno stato patologico clinicamente accertato, bensì come uno stato d’animo della persona offesa, caratterizzato da sentimenti di esasperazione e di profonda prostrazione, concretamente accertabili e non transitori. E’ sufficiente che i comportamenti dello stalker abbiano avuto un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima al fine della sussistenza del reato. Quanto al fondato timore per l’incolumità della vittima, di un prossimo congiunto o di una persona a lei (cioè alla vittima) legata da una relazione affettiva, anche qui occorre accertare la concretezza e l’oggettività della situazione di paura vissuta dalla vittima. Infine, la reiterata condotta minacciosa o molesta dello stalker può produrre l’alterazione delle abitudini di vita della vittima, cioè il mutamento delle sue azioni quotidiane (per esempio essere costretti a dover cambiare gli orari e i tragitti dei propri spostamenti, dover rinunciare a fare determinate cose).

La struttura del reato prevede, ancora prima che vi sia l’avvio dell’azione penale, una fase denominata “ammonimento”. Si tratta di una fase molto importante, anche perché consente, in molti casi, una soluzione più celere della questione. Di cosa si tratta?
In effetti il legislatore ha previsto che la vittima possa chiedere aiuto al Questore. L’istanza di ammonimento può essere presentato presso ufficio di Polizia o comando dei Carabinieri oppure direttamente presso gli uffici della Divisione Polizia Anticrimine della Questura. Va sottolineato che la richiesta di ammonimento può essere presentata solamente sino a quando non sia presentata querela. Il Questore effettuerà le indagini del caso e potrà, qualora ritenga fondata l’istanza della vittima, emettere un provvedimento nei confronti dell’autore degli atti persecutori invitandolo a tenere un comportamento corretto secondo la legge. Va precisato che il Questore ha diversi poteri discrezionali: può valutare il se ed il quando emanare il provvedimento di ammonizione e può decidere se emanare senza indugio il provvedimento di ammonizione, oppure se le circostanze lo consentono (casi di minor gravità), avvisare il possibile destinatario dell’atto, con l’avviso di avvio del procedimento, previsto dall’art. 7 della legge n. 241 del 1990, il quale avrà quindi il diritto di poter depositare memorie e documenti a propria difesa.

Come può essere provata la sussistenza del reato?
Dipende da ogni singolo caso. Molto spesso gli atti persecutori vengono provati attraverso la prova sia testimoniale (la stessa vittima ed altri testimoni) sia quella documentale (tabulati telefonici, estrazione delle chat e degli sms, fotografie) e sia, anche, perizie e consulenze tecniche di natura medico-legale al fine di dimostrare lo stato di ansia e di paura.

Recentemente il legislatore ha previsto che la cosiddetta “condotta riparatoria” non possa più generare l’estinzione del reato. Sempre in tempi recentissimi, vi è stata l’estensione al reo di stalking delle misure di prevenzione previste dal codice antimafia. Sono strumenti utili per tutelare maggiormente le vittime?

Purtroppo il legislatore è portato a seguire l’opinione pubblica ed i risultati non sono sempre positivi. La legge n.103 del giugno 2017 ha introdotto l’art.162ter del codice penale che prevede l’estinzione del reato a seguito di condotte riparatorie. Innanzitutto va detto che tale estinzione opera solamente quando si tratta di reati per i quali sia possibile la remissione. Tale norma ha previsto che il giudice possa dichiarare l’estinzione del reato quando vi sia stata un’offerta risarcitoria, ritenuta congrua dal giudicante, da parte dell’imputato e la persona offesa non l’abbia accettata. Dopo il clamore mediatico che ha suscita la sentenza del GIP di Torino con cui era stato dichiarata l’estinzione del reato di stalking a seguito di un’offerta di € 1.500,00 (bisognerebbe però esaminare il caso concreto), il parlamento è intervenuto con una modifica aggiungendo un comma all’art.162 ter c.p. con cui ne viene espressamente esclusa l’applicazione per il reato di stalking. Va detto che vi è stato un inutile ed eccessivo allarmismo su una presunta “depenalizzazione” dello stalking in quanto è sufficiente esaminare la legge già oggi vigente per capire che la causa estintiva prevista dall’art. 162 ter è difficilmente applicabile ai casi di stalking e, in ogni caso, la sua applicazione non è mai automatica ma frutto di una valutazione da parte del Giudice. Già oggi, visto che le condotte riparatorie operano solamente per i reati per i quali è prevista la remissione, l’articolo 162ter c.p. non potrà essere applicato nei casi di atti persecutori procedibili d’ufficio che sono quelli nella forma più grave del reato (fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’art. 3 della legge 104/92 o in connessione con altro reato procedibile d’ufficio, per esempio rapina o furto con strappo) oppure ancora quando a commettere il fatto sia un soggetto già ammonito dal Questore. Aver escluso de plano la facoltà del Giudice di poter estinguere il reato a fronte di condotte riparatorie non pare comprensibile sopratutto per le situazioni meno gravi. Da ottobre 2017 è stato, poi, previsto che le misure di prevenzione si applichino anche nei confronti di soggetti indiziati del reato di stalking. Va però detto che la legge prevede che le misure di prevenzione (sorveglianza speciale, divieto o obbligo di soggiorno in uno o più comuni) si applicano solamente quando le persone siano ritenute pericolose per la sicurezza pubblica e, quindi, sarà necessaria sempre una valutazione del singolo caso prima di poter irrogare una misura di prevenzione nei confronti di un soggetto indiziato di stalking.

Intervista di Luca Cadamuro

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