Il silenzio del ceto medio basso

Una importante parte della popolazione italiana negli ultimi anni è scivolata, a causa della lunga crisi economica ancora in corso, in uno stato di difficoltà economica, d’indigenza. Quale? Il ceto medio basso.

Un ceto che passa quasi inosservato, che in occasione delle elezioni politiche non si presenta per il più delle volte alle urne, eccezion fatta di quest’ultimo referendum confermativo della riforma Costituzionale, contribuendo ad una netta vittoria del “NO”.

Un ceto medio basso spesso considerato un popolo invisibile dalla politica e di cui si parla poco, un ceto di cui non s’ascoltano le istanze e di cui si conoscono poco le pulsioni reali. Si dà per scontato che per questo abbiamo valore i temi che costituiscono la parte bassa della piramide di Maslow, cioè del modello motivazionale dello sviluppo umano proposto nel 1954 dallo psicologo Abraham Maslow, basato su d’una “gerarchia di bisogni”. Quindi una serie di “bisogni” disposti gerarchicamente, in base ai quali la soddisfazione dei bisogni più elementari è la condizione per far emergere i bisogni d’ordine superiore. Alla base di questa piramide ci sono i bisogni essenziali alla sopravvivenza, mentre salendo verso il vertice s’incontrano i bisogni più immateriali.

Nella sbornia della società “smart” (interattiva, funzionale), dell’economia 4.0, della società della “shopping experience”, del “fashion” (moda), spesso si rischia di far finire nel dimenticatoio proprio il ceto medio basso, che ritorna negli interessi dei politici solo quando serve andar a caccia di qualche voto.
In altri Paesi il ceto medio basso ha consentito la vittoria delle istanze di chiusura e di protezionismo politico, esemplificando, l’avvento della “Brexit” e l’elezione di Trump. Qui in Italia il ceto medio basso rappresenta quasi un terzo della popolazione, cui si deve sommare anche una parte del ceto medio che ha perso il proprio “status” e che naviga, con risentimento, verso i segmenti sociali in difficoltà.

Guardando il quadro sociale più allargato, si può osservare come la forbice tra il ceto medio alto e quello medio basso si sia ampliata sempre di più: due universi distinti e paralleli, in parte non comunicanti, distanti e tendenzialmente confliggenti.
Anche se la lotta di classe, di novecentesca memoria, non c’è più, le differenze sociali continuano ad esistere, le emozioni vissute dai singoli ceti sono contrastanti e le pulsioni avvertite da questi due ceti sono diverse.

Gli anni della sbornia consumistica e del rampantismo economico avevano illuso le classi dirigenti di considerare tutte le persone rientranti nella sfera del consumismo, ma quest’ultima crisi economica ha fatto emergere con molta chiarezza che per molte persone l’orizzonte del futuro è diventato corto e l’auspicato ascensore sociale s’è interrotto.

Le modalità sentite indispensabili per cambiar il Paese non sono omogenee per i diversi ceti sociali. Per i ceti più benestanti, la via delle riforme è quella prevalente, mentre per il ceto medio basso, quello colpito dalla crisi, quello più rabbioso e deluso, la via è ben altra, ovvero quella del cambiamento radicale, della scelta “rivoluzionaria”.

Il quadro politico che s’è aperto in queste settimane può esser l’occasione per rielaborare una visione del futuro del Paese. Un progetto che non parli solo ai mercati ed al mondo produttivo, ma che consideri fra le priorità il perseguimento di una crescita equa ed equilibrata della nostra società, che preveda un incremento delle retribuzioni e del potere d’acquisto delle persone. Una strategia che dinamizzi l’Italia e che riaccenda i motori dell’ascensore sociale e della giustizia sociale.

Non si tratta di ritornare alle politiche assistenzialistiche né a programmi d’ “egualitarismo”, bensì di metter in atto una politica che crei le condizioni di garantir un futuro a tutti e non solo a pochi.

di Ermanno Rotondo

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