Rosa, Rosae, Rosatellum

di Alvise Canniello

“Di legge elettorale non si mangia!”. Questa è la tipica esclamazione che spesso sentiamo uscire dalla bocca di molti parlamentari e commentatori quando ciclicamente alla fine di un periodo legislativo arriva sul tavolo del Governo e del Parlamento il tema della modifica alla legge elettorale.

Non serve un fine intellettuale per capire che, sebbene una legge di per se non possa essere “mangiata”, la legge elettorale è la base per determinare come il popolo esprima il diritto di voto e di conseguenza dia mandato ai propri rappresentanti di sedere in Parlamento. Delegati che, una volta seduti sui loro scranni, andranno a proporre e votare le altre norme, anche quelle che creano lavoro e “danno da mangiare”.

Il Rosatellum è solo l’ultima di una lunga serie di proposte per modificare l’attuale legge “Consultellum” in vigore dalla sentenza della Consulta che riconosceva alcuni tratti di incostituzionalità dell’”Italicum” che a sua volta aveva sostituito il Porcellum votato nel 2006 per superare il “Mattarellum”. E già così la vicenda è abbastanza contorta. Sottolineo però il fatto che il Mattarellum con il quale si votò nel 1994 di fatto segnò il passaggio da un sistema proporzionale in vigore nella Prima Repubblica ad uno di stampo maggioritario che diede inizio alla Seconda. Non sarà una legge da mangiare ma il menù può cambiare in relazione ad essa.

Il Rosatellum è una legge di stampo proporzionale con una quota (circa un terzo dei seggi) di maggioritario e vale per Camera e Senato con modifiche minime. Non entrerò nei tecnicismi dato che l’immagine di copertina dell’articolo ben riassume la ripartizione dei seggi. Credo sia poco interessante e molto contorto descrivere le alchimie di ripartizione dei voti alle varie coalizioni e liste. Ritengo molto più utile spendere qualche parola per richiamare la vostra attenzione su di un aspetto che ritengo essere fondamentale nella comunicazione politica che ci accompagnerà fino al voto del prossimo marzo 2018.

Nella Seconda Repubblica il sistema maggioritario ha consentito dal 1994 al 2013 di avere maggioranze chiare il giorno dopo del voto. L’unica eccezione si è registrata dal 2013 ad oggi, periodo nel quale si sono succeduti tre governi di larghe intese che hanno messo assieme il centrosinistra e il centrodestra (governo Letta, PD-PDL) o solo parti dei rispettivi blocchi (governi Renzi e Gentiloni, PD – NCD/Area Popolare). In ogni caso le elezioni che hanno preceduto la formazione di ogni governo negli scorsi 23 anni hanno visto la contrapposizione tra leaders ognuno dei quali mirava all’incarico di Primo Ministro.

Con la legge sostanzialmente proporzionale che entrerà in vigore le alleanze per la formazione di un governo nasceranno dopo il voto così come accadeva nella Prima Repubblica (1948-1994). Questo stato delle cose è in netto contrasto con tutta la narrazione politica alla quale stiamo assistendo da mesi con pretese di premiership da parte di ogni capopartito (da Renzi a Di Maio, da Salvini a Berlusconi) nel tentativo di motivare i propri sostenitori ad andare a votare.

È evidentemente una tecnica da sistema maggioritario, buona in queste settimane ancora lontane dal voto, e che mostrerà tutti i limiti man mano che ci avvicineremo alla data del voto e man mano che usciranno proiezioni circa il peso dei partiti nel nuovo Parlamento. Quando sarà lampante che non esiste una maggioranza parlamentare se non incrociando i seggi di partiti non afferenti alla stessa coalizione allora la presa in giro di tutti coloro che si sono candidati a vincere le elezioni e a governare con un Premier prestabilito si scioglierà ai primi raggi di sole e fare intravedere quello che è nei fatti un ritorno agli anni in cui DC, PSI, PSDI, PRI e PLI (i 5 del pentapartito) decidevano premiers e lista dei ministri nei giorni successivi al voto.

Per quelli come me che sono nati con la Seconda Repubblica sarà tutto sommato una novità, ma per gli amici che hanno qualche anno in più sarà un déjà-vu, e che déjà-vu…

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