Referendum sulle trivelle. Se la retorica si sostituisce alla democrazia

Chi sa su cosa siamo chiamati a votare al referendum del 17 Aprile? Riformulo la domanda: chi saprebbe parlare con cognizione di causa, per almeno cinque minuti, sul tema su cui siamo chiamati a votare la prossima domenica?

Tutti, qualcuno, forse nessuno. Io, compiutamente, sicuramente no. Per semplificare, saremo chiamati ad esprimerci sul rinnovo delle concessioni sulle trivellazioni, che consentono di estrarre idrocarburi nel mare. Una questione piuttosto tecnica quindi, nella quale si intrecciano tematiche complesse: politica energetica, politica estera, sviluppo economico, ambiente, geologia ed ecologia, solo per citarne alcuni.

E allora veniamo alla vera domanda che sottostà a quanto detto prima: è praticabile oggi una democrazia stante le complessità che la società odierna ci pone dinnanzi? Dobbiamo rinnovare le concessioni di estrazione di idrocarburi? Per decidere scientemente dovremmo avere delle basi di conoscenza solide in materia di energia e geologia, così da poterne prevedere gli effetti, vantaggiosi o svantaggiosi che siano. Dobbiamo rinunciare al gas naturale come fonte energetica per lasciare spazio a forme di energia pulita? Per decidere con cognizione di causa dovremmo conoscere bene entrambe le situazioni, magari avendo ben chiare le conseguenze in termini di sviluppo economico e delle conseguenze di geopolitica che si ripercuoterebbero sul nostro paese.

Ecco quindi che la società in cui viviamo ci pone dinnazi temi sempre più complessi verso i quali il cittadino medio fa fatica a farsi un’idea compiuta e quindi si ritrova ad esercitare in maniera limitata il proprio diritto di voto.
Non è certo un problema che appartiene solo ai giorni nostri. Nella Antica Grecia, patria della democrazia, si diceva chiaramente che le base di una società democratica fondano sulla scienza: solo un cittadino che sa su cosa sta votando potrà essere un vero cittadino. Non possiamo certo paragonare, né per storia né per dimensioni, le polis greche agli Stati moderni, ma i problemi sulla funzionalità della democrazia che oggi ci ritroviamo ad affrontare erano già stati introdotti allora. Primo fra tutti la difficile convivenza tra democrazia, quindi conoscenza, e retorica. Platone diceva che affinché si volesse fondare la repubblica in Grecia si sarebbero dovuti cacciare i retori (assieme ai sofisti) per lasciar spazio ai filosofi, i soli, a suo modo di vedere, in grado di argomentare i problemi senza gli strumenti distorsivi della retorica.
Questo perché, stando alle parole del filosofo greco, i retori non dimostrano ciò che sostengono, ma persuadono le folle a partire dalle emozioni degli effetti, dai loro giochi di parole, dalle battute, insomma, dalla loro abilità lessicale.
Se questa era l’antica Grecia, non possiamo dire oggi di essere messi meglio. La televisione e internet in questo non aiutano di certo: pochi messaggi flash in un ritmo serrato dove pronunciare un ragionamento diviene un privilegio riservato solo ai palinsesti notturni, con ben pochi spettatori. Tutto ciò non ha nulla a che fare con il ragionamento, con l’argomentazione, con la democrazia.

Accade quindi che più la società è complessa, più le scelte democratiche si fanno complesse a loro volta. E allora la democrazia finisce per incompetenza e viene sostituita dalla retorica, che porta a prendere delle decisioni non in base a delle conoscenze o competenze, ma sulla base della mera appartenenza, dell’ideologia.

Possiamo allora definire questa ancora come una democrazia compiuta, piena e consapevole? No, non penso.
Per restare ai temi referendari basti vedere quello che è successo qualche anno fa con il nucleare e con l’acqua: due temi complessi che sono stati usati strumentalmente e vergognosamente da diverse forze politiche, le quali si sono ben guardate dall’entrare nel merito delle questioni, ma hanno fatto campagna elettorale utilizzando facili slogan privi di qual si voglia argomentazione.

La soluzione è abolire i referendum? Certo che no, ma qualche domanda viene da porsela, soprattutto sul ruolo del Parlamento e dell’Esecutivo. Quando esercitiamo il nostro diritto di voto deleghiamo i nostri rappresentanti a risolvere, sulla base di indicazioni generiche di appartenenza, i problemi della nostra società. Ma proprio in virtù di questo principio di rappresentanza non sarebbe più corretto che fosse il Parlamento a decidere su argomenti così delicati, lasciando lo strumento referendario solo ad alcuni e ridotti temi? E perché su temi più delicati che riguardano vicende etiche e di costume, quali ad esempio le unioni civili, non si è mai ricorso al referendum, volendo sempre insabbare il dibattito in aula? I ruoli sembrano confusi.

Il referendum è un ottimo esercizio di democrazia, ma il suo ruolo non può essere quello di sostituirsi alle Camere parlamentari. Camere, che si riapproprierebbero così di quel ruolo decisionale che negli utlimi anni sembra abbiano perduto.

di Isabella Cimino

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