Donazzan: “Oggi trovo molta più motivazione nel cercare lavoro tra i quarantenni che tra i ventenni. Ragazzi, superate l’effetto Nimby!”

Intervista di Isabella Cimino

Garanzia Giovani è un progetto di iniziativa europea aperta a tutte le Regioni con un livello di disoccupazione giovanile superiore al 25%. Viene destinato ai ragazzi tra i 15 e i 29 anni, non impegnati in un’attività lavorativa né inseriti in un regolare corso di studi (secondari, superiori o universitari) o di formazione (NEET, ovvero Not in Education, Employment or Training) ed è volto a garantire un’offerta qualitativamente valida di lavoro, di proseguimento degli studi, di apprendistato o tirocinio o altra misura di formazione entro 4 mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita del sistema di istruzione formale.
Abbiamo chiesto all’Assessore al Lavoro della Regione del Veneto, Elena Donazzan, di commentare con noi i dati emersi dall’ultimo report di Garanzia Giovani e, con l’occasione, di parlare della situazione del mercato del lavoro, delle Università venete e dell’occupazione femminile.

Assessore Donazzan, l’ultimo report di Garanzia Giovani ha rilevato un aumento sia dei
ragazzi iscritti al progetto sia di quelli che hanno visto attivato un patto di servizio. Come commenta questi dati?
Il primo commento è tutto positivo, perché vuol dire che i giovani che sono senza lavoro, senza
percorso di formazione e non sono inseriti in un percorso di istruzione (cd. NEET) riconoscono
nella Regione del Veneto della credibilità. Oggi per un giovane avvicinarsi alla cosa pubblica è
abbastanza “originale” perché c’è molta sfiducia e si pensa che i servizi pubblici siano dei
carrozzoni che non riescono a dare la risposta giusta. Questi dati ci dimostrano come la Regione
Veneto si sia costruita una sua credibilità in una platea che è quella così difficile come quella dei
NEET.
Il dato critico, invece, è dato dall’aumento delle richieste, perché significa che non siamo riusciti ad
incidere molto sulla platea di questi destinatari. Anche se come Veneto siamo la prima Regione per
performance e siamo quella che ha più iscritti e più prese in carico (per questo abbiamo avuto il
plauso e siamo sotto osservazione da parte del Ministero del Lavoro), i disoccupati sotto i 29 anni
continuano ad esserci e questo è il vero dato preoccupante per il nostro mercato del lavoro.

Come sono le sue previsioni per il 2017?
Intanto segnalo con favore che l’Unione Europea abbia voluto rifinanziare Garanzia Giovani e che
il Governo abbia compreso come senza le Regioni non si possa intermediare. Dico questo perché
dal combinato disposto di diverse riforme del Governo Renzi ( Jobs Act, ANPAL e legge Del Rio),
c’era il pericolo, per fortuna scampato, di una ricentralizzazione delle politiche per il lavoro. Invece,
il ruolo delle Regioni è molto importante e il Veneto lo dimostra. Sono Assessore al Lavoro in
Veneto dal 2005 e in questi anni abbiamo realizzato un contesto di territorio, di organizzazione e di
reti che è molto partecipato tra pubblico e privato; addirittura nel 2009 avevo fatto una legge che
aveva anticipato alcuni meccanismi ed esigenze che hanno permesso oggi di far funzionare meglio
Garanzia Giovani. Riguardo alle previsioni per il 2017, visto l’aumento delle risorse destinate e
avendo già la macchina amministrativa ed organizzativa ben rodata, credo che riusciremo a dare a
tutti i giovani una opportunità, sempre entro i 60 giorni previsti.

Spesso si parla di scarsa motivazione nei giovani che cercano lavoro. Lei che esperienza ha
avuto con Garanzia Giovani?
Garanzia Giovani è caratterizzata da una profilazione, cioè il lavoratore è considerato più o meno
occupabile a seconda del suo titolo di studio, da quanto tempo sta fuori dal mercato del lavoro e da
altre condizioni.
Dalla mia esperienza e da quella degli operatori, con cui ho avuto modo confrontarmi, abbiamo
riscontrato come la vera profilazione non sia tanto quella oggettiva, bensì quella soggettiva data
dalla motivazione, dalla vera volontà di trovare un lavoro.
Le faccio un esempio di alcune risposte che mi sono pervenute attraverso il report: dopo il
colloquio iniziale, la profilazione del candidato e la proposta di lavoro offerta ai ragazzi ci siamo
trovati di fronte ad argomentazioni del tipo: “eh ma io ho studiato per fare un’altra cosa”, “ma è
troppo lontano da casa”, “aspetto un attimo perché magari mi capita qualcosa di meglio”. Come se
la proposta ricevuta non fosse esattamente quella cercata, quella che volevano. La motivazione è
fondamentale se si cerca lavoro e alle volte i giovani non la dimostrano.
Spesso le storie che raccontiamo di persone che hanno avuto successo riguardano percorsi che
sono partiti dal basso, da cantine e da scantinati, cui è venuta un’idea geniale e l’hanno portata
avanti, sono caduti e si sono rialzati. Le amiamo raccontare, ci scriviamo libri e ci facciamo film. Ma
spesso sembra che questo non debba valere anche per noi. E’ come un effetto Nimby per mondo
del lavoro.
Ad oggi ho molta più soddisfazione con un lavoratore che ha perso il lavoro e che ha voglia di
lavorare, ma ha problemi con la profilazione oggettiva. E quest’ultimo problema avviene soprattutto
con gli over 50, che hanno una grandissima motivazione ed anche per questo sto cercando di
convincere le aziende a prenderli.

In effetti spesso ci si trova di fronte quasi a uno scontro generazionale tra ventenni,
quarantenni e sessantenni. Soprattutto con riguardo ai quarantenni, che, anche perché
trovandosi ancora troppo distanti dall’età pensionabile, hanno un grande bisogno di
lavorare, ma non vengono presi in considerazione al momento del colloquio di lavoro.
Secondo lei si può prevedere una Garanzia giovani anche per i meno giovani?
Io una Garanzia Adulti l’ho già fatta ed è per gli over 50, che presenta le stesse garanzie per i
giovani, addirittura prevedendo un “buono occupazionale” per la azienda che li assumerà.
Ma mi sto rendendo sempre più conto che la fascia dei quarantenni, spesso molto qualificata,
matura e formata professionalmente non viene presa in considerazione dalle aziende, che li
considera ormai già “formati” e con poca “adattabilità” alle loro esigenze.
In quel caso la motivazione non serve a nulla ed è un dato che mi preoccupa molto. Sto studiando
per capire come posso essere utile a quella che è anche la mia generazione, visto che di anni io
ne ho 44.
Nel corso del mio assessorato mi sono occupata molto degli “over”, i padri di famiglia, e dei
giovani, ma ora bisogna pensare anche ai quarantenni perché è anche quella fase della vita dove i
lavoratori potrebbero dare di più perché hanno esperienza, competenza e voglia di mettersi in
gioco e di crescere.

In effetti sembra quasi una generazione fantasma per molti aspetti.
E’ una generazione che ha subito maggiormente lo shock della crisi economica, caratterizzato
soprattutto dalla perdita di certezza ed ha dovuto fare i conti con il crollo di un dogma che aveva
caratterizzato la storia degli ultimi decenni: “staremo sempre meglio”. Nel 2009 tutto questo è
crollato e la mia è la prima generazione che sta peggio rispetto a come stavano i nostri padri.
E questo porta con sé anche un problema di natura demografica…
Sì, perché è una generazione che dovrebbe fare figli ma non li fa, che vede il lavoro come precario
e con sempre meno stabilità economica e, inoltre, vede il futuro con angoscia e non più con
serenità. Fa i paragoni coi propri padri ed è ben consapevole che il sistema previdenziale è
destinato a non reggere.
Il quadro è apocalittico, poi io sono molto credente quindi penso che il Signore provvederà in
questo, ma nel frattempo come Regione cerco di darmi da fare e resto convinta di due questioni: la
prima è che si debbano alleggerire le imprese dalla pressione fiscale, ma non farlo solo con gli
incentivi, sennò l’effetto è di drogare il mercato; la seconda è che, al di là dell’economia, le priorità
devono essere chiare e non possiamo più andare avanti con le legislazioni d’emergenza.

In questi ultimi anni il Governo è intervenuto spesso con degli incentivi sul lavoro. Come li
valuta?
Dobbiamo partire da un punto: il primo problema è che l’economia è ferma e un’economia che è
ferma non genera nuovi posti di lavoro, ma contrae quelli che già ha. La riduzione dei costi viene
semplicemente tradotta in non-assunzioni, cioè non si pensa che il capitale umano sia un
investimento. Dalla mia esperienza le imprese che hanno avuto la capacità di crescere nella crisi è
perché hanno investito nella riorganizzazione dei processi, nella miglior gestione delle risorse
umane e hanno relazioni sindacali e industriali molto forti.
Sono però quelle aziende che sono riuscite a crescere, quindi i driver, e tolti questi casi il problema
è quello che dicevo prima: se non riparte l’economia non ci possono essere nuovi posti di lavoro.
La prova del nove l’abbiamo avuta quando il Governo è intervenuto col Jobs Act e si vede come
l’aumento dei posti di lavoro valga solo per l’anno dell’incentivo. E’ una legge cui comunque do un
giudizio positivo, almeno sulla parte delle tutele crescenti, ma ha drogato i mercati con i decreti del
lavoro. Non possiamo lavorare con l’idea che l’industria 4.0 possa limare le risorse umane: chi ha
investito di più sulla propria formazione ha ottenuto risultati migliori.

Tornando ai più giovani, dal report su Garanzia Giovani risulta che i ragazzi laureati iscritti al progetto siano sui 10000 mentre quelli in possesso di un diploma superiore più di 24000, quindi un dato significativo di ragazzi che dopo le scuole superiori non continuano il percorso di studi. Lei spesso si è espressa contro una liceizzazione del nostro sistema scolastico, anche se recentemente il Governo nei decreti attuativi della Buona scuola sembra essere andato in un’altra direzione. Anche dai dati sulle preimmatricolazioni sembra che i giovani nonostante il periodo di crisi preferiscano i licei. Perché questo?
Io non sono tra coloro che dicono che non si debba andare all’Università, anzi. Vedo anche grandi
sforzi da parte delle Università del Veneto. Recentemente sono stata all’inaugurazione dell’anno
accademico di Ca’ Foscari, la quale ha fatto una grande rivoluzione interna: molti corsi in lingua,
hanno moltissimi rapporti con le imprese, molti percorsi di ricerca con progetti dettati dal mondo
delle imprese. Tutto questo vale anche per Padova, Verona e gli altri poli universitari.
Molto interessante è anche quello che si è fatto con IUAV, che vuole ripensare la laurea di
architettura con un investimento nella moda e design. Queste sono le Università del Veneto: utili
ed efficaci per le nostre imprese.
Venendo al discorso sulle scuole superiori, in questi anni anni ho dato molti messaggi sulla
istruzione tecnica, la formazione professionale e l’istruzione professionale, individuando nella
liceizzazione un depauperamento del nostro patrimonio di competenze e capacità utili all’economia
veneta. Qui in effetti gli istituti tecnici sono l’equivalente dei licei, quindi la liceizzazione è stata
contenuta. Merito anche di Confindustria, che negli anni ha dato sempre messaggi in tal senso,
delle varie associazioni di categoria, come Confartigianato, che andava a fare orientamento e dire
che fare impresa è bello e la fabbrica non è un brutto posto dove lavorare.
C’è un problema dell’istruzione professionale di Stato perché la Riforma Gelmini aveva tolto molto
spazio alla parte laboratoriale, con una diminuzione delle ore di laboratorio. Negli anni successivi si
è capito che era stato un errore e, quest’anno in particolare, la istruzione professionale che è più la
più debole del quadro.
Gli istituti professionali, invece, devono trovare una loro identità e devono trovare un loro
collegamento con il mondo del lavoro e legarsi al nostro territorio. Se alcuni percorsi sono superati
devono essere rivisti e anche cancellati.

A volte però sembra che le scuole non siano collegate con il nostro territorio, causando uno scollamento in una seconda fase tra scuola e lavoro.
Il nostro territorio ha avuto una storia di aggregazione molto spontanea e lo si può vedere quando
si cerca di far passare una strada, per esempio… Siamo dei fantasisti, ma abbiamo un problema:
una poca capacità di programmazione. Noi eravamo i cinesi d’Europa negli anni ’80: lavoravamo
moltissimo, facevamo ricerca e innovazione in azienda, ma non abbiamo programmato nulla.
Anche sulla base di queste caratteristiche del nostro territorio, qualche anno fa avevo proposto la
sovrapposizione dei distretti formativi a quelli produttivi. Nei distretti produttivi non si era mai
pensato a collegare i distretti formativi. Ma anche qui non inventiamo niente: quando Rossi a Schio
nella sua fabbrica laniera e di tessile, una delle più grandi al tempo, si inventa le mollette, crea lui
stesso un istituto tecnico all’interno dell’azienda.

Un modo per migliorare ulteriormente il modello veneto?
Il modello veneto riesce a stare più al passo con i cambiamenti economici. Se oggi dovessi dare
un giudizio a come stiamo messi, devo dire che siamo messi molto bene rispetto al resto d’Italia e
d’Europa. Ma da politica non posso accontentarmi e devo guardare oltre per migliorare ancora di
più ciò che siamo oggi.

Da qui l’idea dei distretti formativi anche come modo di essere maggiormente competitivi
con l’Europa. Più di 10000 veneti l’anno scorso hanno lasciato la nostra regione per andare a lavorare all’estero e di questi 2000 sono laureati, rappresentando un impoverimento economico e sociale per il nostro territorio. Come possiamo invertire la tendenza?
Questo è un grande fallimento. Per i giovani che vanno fuori dall’Italia importiamo stranieri con un
basso valore lavorativo: il fenomeno dell’invasione che c’è è caratterizzato da una bassa capacità
professionale e stiamo mandando via il meglio. Abbiamo un saldo molto negativo in merito e
questo ritengo sia oggi un grande problema.
In un mondo così aperto è giusto che i giovani vadano a fare esperienza fuori, ma deve essere una
scelta non un obbligo. Lo vediamo anche con le nostre aziende, in Veneto in particolare: se
sopravvivono è perché si sono internazionalizzate ed anche per questo hanno bisogno di avere del
personale che è fortemente “aperto” e con competenze internazionali.
Anche da questo punto di vista il Veneto sta facendo: abbiamo un tavolo di coordinamento dei
rettori con i quali ci incontriamo regolarmente, nel quale affrontiamo molte tematiche e uno di
questi riguarda proprio i “cervelli di rientro”. Far sì che i nostri ragazzi possano uscire per scelta e
che poi possano rientrare. In questa direzione abbiamo dato un piccolo spazio in Garanzia Giovani
per i tirocini all’estero con le aziende. Poi abbiamo il progetto MOVE 4.0: i ragazzi vanno all’estero,
imparano la lingua, l’azienda italiana o veneta dice dove vorrebbe mandarli, si crea il contatto e
paghiamo questo percorso di formazione.
Da ultimo, con l’Università di Padova abbiamo pensato a dei rapporti di collaborazione sull’alta
formazione tra Veneto, Università di Padova e oriundi veneti nei paesi dove siamo maggiormente presenti, quindi Argentina, Cile e Brasile. Questo serve a realizzare un interscambio che non è solo economico, ma anche sociale, produttivo e culturale. E’ un mercato forte e giovane e molto interessato a noi, alla nostra storia che un po’ è anche la loro e io credo che l’identità abbia un valore ancora maggiore in un mondo globalizzato.

Lei ha anche la delega alle pari opportunità, nonostante sia critica nei loro confronti. Con
riguardo all’occupazione femminile lei cosa propone?
Sì, io la cancellerei. Ma non perché sono contraria alle pari opportunità in sé, ma perché le ritengo
un feticcio ideologico e restano tali. A prescindere da questo, la verità è che ci sono delle questioni
aperte sulla occupabilità delle donne, sul fatto che si devono coniugare meglio il potenziale
femminile e il mercato del lavoro. Lo raccontano i dati: da un recente studio, fatto con la
Consigliera delle pari opportunità, è emerso come l’impatto della presenza di dirigenti o
imprenditrici donne porti a un minor fallimento, c’è meno conflitto e c’è una produttività maggiore.
Riguardo al problema della natalità, invece, ci sono tanti e diversi fattori, che non riguardano solo
la difficoltà di conciliazione tra lavoro e maternità. La maternità non può essere un costo per
l’impresa, anche perché l’impresa oggi non ha più margini di guadagno. Se davvero lo Stato crede
nella natalità ci deve investire sopra e deve pagare l’azienda perché assuma una donna e nel caso
questa diventi mamma, pagare perché assuma un’altra persona.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*