Non si può!

Stephane Carbonnier, Georges Wolinski, Jean Cabut, Bernard Verlhac, Philippe Honoré, Bernard Maris, Elsa Cayat, Mustapha Orraud, Michel Renaud. Sono tutti i nomi dei giornalisti morti ammazzati all’ interno della loro redazione mentre svolgevano il proprio lavoro. Tutti con il loro particolare tratto, tutti con il loro particolare distinguo che se ne va. Ogni qual volta muore un artista, un autore, un pittore, uno scrittore, il mondo perde un pezzo. Perde un punto di vista, che per quanto possa essere o meno condiviso, va rispettato. Abbiamo impiegato anni a conquistare una libertà di espressione, di opinione, di stampa, di manifestazione del pensiero che poi, in una triste mattina di gennaio, di ritorno dalle feste, qualcuno, armato di kalashnikov pretende di spazzare via. Non lo possiamo permettere. Quando i terroristi fanno incursione nella redazione di Charlie Hebdo, è in corso la riunione del mercoledì. Un normale mercoledì che ora passerà alla storia e che qualcuno ha già ribattezzato come l’ undici settembre parigino. Wolinski: 80 anni, verrà subito trucidato. Era un idolo per i francesi, il vignettista più irriverente, il disegnatore più anziano della redazione; in Italia era stato reso celebre da Linus. Egli ora non c’è più. Cabu, di anni ne aveva 76, anche lui ora non c’è più. Charb: appena 47 anni,
direttore, la matita era tutto per lui; la compagna aveva detto: “Non ha mai voluto avere figli perché sapeva che sarebbe stato ucciso”. Verlhac di anni ne aveva 57. A 13 comincia a disegnare le prime strisce. Anche lui non c’è più. Philippe Honoré, autodidatta, aveva pubblicato il suo primo disegno a 16 anni sul quotidiano Sud-Ouest. Anch’egli trucidato. Michel Renaud, giornalista, era lì per caso. Elsa Cayat: 55 anni, scrittrice, è l’unica donna tra le vittime della redazione. Lei ora non c’è più. Come non c’è più Mustapha Ourrad, correttore di bozze, il più giovane forse; quando aveva 20 anni era migrato in Francia e si era iscritto alla Sorbona; lascia due figli. A questa carrellata di nomi, cui se vogliamo segue quella di tanti altri giornalisti morti perché scomodi, perché hanno detto o fatto qualcosa di troppo. O forse troppo poco perché non hanno avuto il tempo di fare di più, i terroristi hanno fatto saltar loro la testa. Santiago Ilídio Andrade: 10 gennaio 2014, Brasile; Pedro Palma: 13 febbraio, Brasile; Andrea Rocchelli e Andrei Mironov : 19 febbraio, Ucraina; Nils Horner: 11 marzo, Afghanistan; Anya Niedringhaus: 4 aprile, Afghanistan; Deniz Firat: 8 agosto, Iraq; Simone Camilli: 13 agosto, Striscia di Gaza; James Foley: agosto, Siria. Questi sono solo nove dei 44 giornalisti morti nel 2014 nel resto del mondo. E la questione è sempre quella. Che tu faccia satira, che tu faccia inchiesta, che tu faccia reportage la domanda è: si può morire sotto colpi di arma da fuoco per aver usato un termine, un colore, un’ espressione, per aver documentato qualcosa di reale che nessuno avrà mai il coraggio di raccontare? No. Non si può.
Si può premere un grilletto e ammazzare qualcuno che ha premuto una penna? No. Non si può. Si può uccidere qualcuno perché ha usato un colore diverso dal nostro? No non si può. E se lo permettiamo il colore sarà uno soltanto: quello di chi spara e pretende di fare più rumore.

di Serenella Bettin

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*