Lui è tornato. Hitler 2.0

Fate finta che Hitler ritorni al giorno d’oggi. Sì, avete capito bene: Hitler, il Fuhrer.
Pensate possa ritornare nella Germania di oggi. Le sue idee sarebbero ancora in grado di far breccia nel cuore e nella mente dei tedeschi? Il suo carisma sarebbe ancora in grado di trascinare un’intera nazione dietro il suo progetto nazista? Insomma, Hitler potrebbe essere ancora Hitler?
E’ su questa domanda che si fonda il film-documentario “Lui è tornato”, basato sull’omonimo libro di Timur Vermes, divenuto ben presto un bestseller.

La storia comincia con il risveglio del Fuhrer a Berlino. Una Berlino diversa da quella che si ricordava: niente carroarmati, niente militari, pochi ariani nei dintorni e troppi stranieri in giro per le strade, e una donna a capo della sua Germania o come la definisce lui stesso “una matrona con il carisma di un salice piangente”.
In uno spaesamento più totale, però, Hitler scopre la televisione e i mass media, da lui stesso definiti “uno straordinario mezzo di propaganda”, anche se invasi da ciarpame e programmi di cucina. Così, mentre il Fuhrer pensa a come riconquistare il potere, viene aiutato in buona fede da un cameraman, che credendolo uno strepitoso imitatore del dittatore, vede in lui la possibilità di essere riassunto nella emittente televisiva presso la quale lavorava.
I due finiscono a viaggiare per l’intera nazione, utilizzando “l’imitatore” come intervistatore d’inchiesta per capire i problemi che affliggono la Germania e i suoi cittadini: dalla crisi occupazionale sino all’invasione immigratoria.

Ed è qui che avviene la svolta. Quello che sino a quel momento era parsa una situazione surreale e comica cala la maschera e cela il suo vero volto. E lo fa attraverso le parole degli intervistati, i quali si sentono quasi liberi di poter esprimere le loro posizioni di fronte a quell’Adolf che di sicuro non potrà giudicarli. Ne escono frasi di ogni tipo: da “Quei barbuti (gli islamici) non mi piacciono, sono tipi sospetti, dovrebbero essere cacciati” a “Costruirei dei lager. C’erano già? Sì, ma sono l’unica soluzione”.
Così, tra un selfie con il dittatore e l’altro, tra braccia tese, abbracci, i baci e quei “Heil Hitler” pronunciati a squarciagola nelle piazze delle città, Lui comincia a farsi strada. Ed è qui che il riso comincia a farsi amaro. Perché i discorsi che pronuncia sono efficaci, in alcuni punti condivisibili: la disoccupazione giovanile, la situazione senile, la crisi, gli stranieri. “Chi potrebbe mettere al mondo un figlio in questo periodo?” esclama il Fuhrer.
Ma soprattutto, i discorsi pronunciati nel film non sono inventati, ma sono tratte da monologhi realmente pronunciati, racchiusi nel “Monologe mi Fuhrerhauptquartier”. Ed è riascoltandoli oggi, dopo quasi 70 anni che la domanda sul “come fecero i tedeschi ad andare dietro a questo folle?” comincia a trovare una risposta.
“Nel 1933 nessun popolo è stato ingannato con la propaganda: la Germania mi ha eletto e avevo espresso le mie idee molto chiaramente”, pronuncia verso la fine del film Hitler. In effetti ha ragione: Lui, leader del partito nazionalsocialista tedesco, salì al potere nel 1933 attraverso il voto democratico e, dopo debite modifiche alla costituzione di Weimar, rimase a capo della Germania sino al termine della seconda guerra mondiale nel 1945.

E’ l’attualità che rende questo film molto credibile. Perché tra quelle interviste “rubate” e quelle spassose gag si cela coglie il vento che in Europa, un vento di destra che poche settimane fa è diventato il primo partito nelle elezioni austriache.
A volte, guardando i documentari sulla seconda guerra mondiale, viene da chiedersi come fosse stato possibile arrivare a quella violenza, a quel seguito, a quella connivenza. Si tende a dare la giustificazione ai tempi: poca istruzione e mezzi di comunicazione pilotati sarebbero stati la chiave di quel seguito. Ma queste risposte, per quanto corrette, sono incomplete.
“C’è una rabbia silenziosa nella popolazione, una insoddisfazione generale che mi ricorda il 1930. Solo che al tempo non avevamo questa dicitura per definirla: apatia politica” dice soddisfatto il Fuhrer nel corso del suo viaggio-inchiesta.

E’ inutile etichettare quello che sta succedendo in Europa come una reazione di pancia, un momento passeggero, un branco di pazzi. Perché le elezioni austriache, come quelle in Francia con la Le Pen, evidenziano un malessere generalizzato, una stanchezza e una rabbia che se non affrontata per tempo e con serietà potrebbe degenerare.
Ci ripetiamo da generazioni che i fenomeni storici si ripetono, che gli avvenimenti vanno ricordati e mai dati per scontati, ma, soprattutto, che gli uomini sono sempre uguali. Come è possibile che non si possano intercettare questi malumori e porvi fine con politiche serie ed efficaci? Come è possibile che nel cuore dell’Europa partiti di estrema destra siano arrivati a questi risultati?
Non abbiamo imparato nulla dalla storia?

Primo Levi scrisse che “la memoria umana è uno strumento meraviglioso, ma è fallace”. Ma la memoria, per quanto “strumento meraviglioso” è sufficiente ad arginare oggi il pericolo dell’estremismo?
Possiamo affidarci alla solo potenza della memoria per sperare che certi eventi non accadano più? Possiamo affidarci alla potenza evocativa dell’olocausto per essere sicuri che non si ripeterà?
No, ma nell’attesa che si cominci a prendere con più serietà l’ascesa dell’estrema destra, non resta che chiederci: Lui potrebbe tornare? Speriamo proprio di no.

di Isabella Cimino

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*