Le paure romane (infondate) sul referendum

di Isabella Cimino

E’ notizia di pochi giorni fa che il Presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, ha firmato a Roma una dichiarazione di intenti con il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, per avviare l’iter finalizzato a conferire una maggiore autonomia alla Regione emiliana, come previsto dall’articolo 116 della Costituzione.

Questo incontro avviene giusto qualche giorno prima dei due referendum indetti dalla Lombardia e dal Veneto attraverso i quali chiederanno ai loro corregionali se vorranno maggiori forme di autonomia per la loro Regione. Il tempismo è tutt’altro che casuale, non c’è nemmeno da dirlo.
Eppure, questa mossa rischia di essere un vero e proprio boomerang per chi vuole osteggiare il referendum di domenica prossima. Quasi uno sberleffo di cui proprio non se ne sentiva la necessità.

Quella stretta di mano tra i due protagonisti diretta ai veneti ai lombardi, che sarebbe dovuta sembrare una manifestazione di forza e di furbizia, fa trasparire solo un certo nervosismo e una lontananza da quanto che sta succedendo. Soprattutto, visto che la campagna referendaria è stata gestita in maniera posata e non urlata, ben distante da quei tumulti di piazza catalani dai quali, infatti, tutti hanno preso ben presto le distante nel terrore di facili parallelismi.

Di sicuro il percorso per l’autonomia non sarà una faccenda immediata e non si esaurirà con il voto di domenica 22 ottobre. La Costituzione prevede che ogni Regione possa chiedere di sua iniziativa allo Stato “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, ma prima di vedere la luce queste riforme devono passare attraverso una legge dello Stato, che deve essere approvata dalle Camere “a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”. Insomma, anche che in Veneto e Lombardia vincesse il fronte autonomista, si dovrà aspettare un bel po’ prima di vederne i risultati.

Il significato di questo referendum consultivo è squisitamente politico. Una buona affluenza e un buon risultato favorevole darebbero mandato al Presidente Zaia di trattare con Roma le materia su cui chiedere maggiore autonomia.

L’unica incognita riguarda la percentuale di veneti che si recherà ai seggi nella giornata di domenica. Il Presidente della Lombardia, Roberto Maroni, ha detto che si sentirà soddisfatto se andrà a votare almeno il 34% dei lombardi (dato da mettere a confronto con il referendum sul Titolo V nel 2001); a differenza dei nostri vicini, però, da noi bisognerà arrivare almeno al 50% dei votanti. Una sfida più complicata, certo, ma non impossibile visto il forte sentimento autonomista e indipendentista che caratterizza il Veneto.

Quali saranno le materie sulle quali il Veneto chiederà maggiore autonomia? E’ tutto un bluff ed il risultato del referendum servirà solo per le elezioni politiche? Roma cosa risponderà alle richieste del Veneto? Ed una volta riusciti ad ottenere l’autonomia saremo in grado di gestirla?

Ad oggi non sappiamo ancora rispondere a queste domande, ma un aspetto deve essere chiaro al nostro Governo: chiedere maggiore autonomia non significa innescare una competizione fine a se stessa con le altre Regioni, ma significa riconoscere dei meriti a quelle realtà territoriali che hanno dato prova di saper fare bene e di avere tutte le carte in regola per sedersi attorno ad un tavolo ed essere ascoltate. E Roma non deve vedere in questo un atto di sfida, ma un’opportunità di crescita e di unità. Perché è solo attraverso il riconoscimento delle altrui capacità che si può veramente restare uniti e sentirsi parte tutti della stessa squadra.

Perché un Veneto più forte renderà più forte anche l’Italia.

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