Il lavoro di cercare lavoro

di Luca Cadamuro

Oggigiorno c’è un nuovo lavoro che tutti noi prima o poi saremmo costretti a fare: cercare un lavoro.

Volendo essere pignoli, si potrebbe quasi dire che questo “lavoro” sia simile a uno di quei lavori che fino a qualche anno fa riempivano le pagine dei quotidiani con sigle incomprensibili co.co.co., co.co.pro o che.cche.ne.sò: un lavoro precario che deve produrre certi risultati in un dato arco temporale. Ovviamente non retribuito.

Ma come si cerca un lavoro? Ecco che abbiamo immaginato, ma senza sforzarci troppo, l’immagine del nostro “cercatore di lavoro”, che ci accompagnerò nel corso di questo articolo. Una figura precaria tra i precari, alla costante ricerca di qualcosa che consenta, alla fine di un dato periodo, di toccare il frutto dei propri sforzi: un contratto di lavoro.

L’invio del curriculum

L’invio del proprio curriculum è una delle azioni meno discriminatorie che compirete nella vostra vita. Comprende tutti, e non dimentica nessuno: imprese, parenti, conoscenti e amici, vicini e lontani, ormai quasi dimenticati sino al quel vicino di ombrellone che avevate conosciuto la scorsa estate e che vi aveva lasciato il suo bigliettino da visita congedandosi con un “Appena di laurei sappimelo dire che ti aspetto!”. Non è tempo per fare i timidi. Prima o poi qualcuno risponderà. No?
Ecco che il nostro candidato come centinaia di giovani, e non più giovani, si alzano la mattina, consapevoli del fatto che la sera prima hanno quasi fuso la tastiera del proprio PC o innondato lo schermo del proprio smartphone nel tentativo – l’ennesimo! – di inviare decine di “CV” ad agenzie per il lavoro.
E non dimentichiamo le APP: ne spuntano almeno 100 al giorno, che aggiornano quotidianamente le loro offerte di lavoro che è quasi difficile stargli dietro.
Il nostro candidato è fiducioso: se ci sono così tante domande non sarà certo difficile un lavoro. Ma è meglio andare per gradi.

Il “cercatore di lavoratori”

E lui? Il nostro cercatore di lavoro? Siede davanti allo schermo, speranzoso. All’invio del millesimo “CV” sarebbe partito il mitico applauso riservato al ragionier Fantozzi dopo le considerazioni in merito a un noto film, invero assai noioso.
Eppure, alla mail numero 1001 (milleuno), avente ad oggetto “CV – candidatura”, non parte nessun applauso.
Speranza zero anche per lui.

Gli uffici pubblici

Contemporaneamente al settore privato bisogna però provare anche i servizi che offre la pubblica amministrazione. Ecco che il giorno dopo viene fissato un appuntamento presso il centro per l’impiego: quel posto in cui una madre non vorrebbe mai vedere il proprio figlio pregare non tanto per un lavoro, ma per avere il numeretto da esibire alla signora della scrivania la quale che, prima ancora di accorgersi della presenza del candidato, aveva già iniziato a ripetere mnemonicamente la pappardella burocratica del certificato A, del timbro B della foto C, del “CV” D, salvo poi scoprire che lo scopo della visita era tutt’altro.

Ovviamente, la fila è da rifare e mai pensarsi di alzare la cresta: questo è un ufficio pubblico, con pubblici dipendenti, con orari di servizio pubblici. Comunque sia, appuntamento senza risultati: tutti gli annunci sono rivolti a persone con esperienza in un dato settore. Inutile perdere tempo.

Una proposta!

Pranzo veloce ed ecco nel pomeriggio il nostro candidato che torna, per la quarta volta in due mesi, presso la stessa agenzia interinale che più volte lo aveva contatto in passato: la mattina per il pomeriggio e la sera prima per la notte fonda, al fine di comunicare la candidatura al ruolo di “telefonista in orario notturno” (“ma chi chiamo di notte?” – si chiede il candidato, non a torto) e per il ruolo di “magazziniere laureato con conoscenza della lingua tedesca, francese, inglese e, preferibilmente, con esperienza di almeno due anni nella mansione”.

Invece si sbagliava. Questa volta l’agenzia propone un lavoro interessante: commerciale estero nel settore meccanico. Il nostro candidato pare interessato, anche se il suo percorso di studio prevedeva tutt’altro e anche se l’eventuale retribuzione consista solo in un rimborso spese di cinquecento euro netti al mese. La parola magica è “stage”, ma va bene così.

Il colloquio

Il candidato si presenta al colloquio, parla, gesticola, si agita ma regge dignitosamente l’urto delle domande frontali del responsabile HR. Il candidato è soddisfatto, si sente fiducioso: il responsabile HR ha promesso una risposta entro la fine della settimana.

Nell’attesa della attesa risposta non resta altro che tornare al lavoro, anzi, a cercar lavoro!

Ecco, la fatidica telefonata: il responsabile HR. È laconico il responsabile HR, è attento a misurare le parole. Alla fine il responso: positivo. Finalmente!

Tombola!

Si inizia il lunedì successivo, ore 08.00. giornata lavorativa di otto ore, pausa pranzo di un’ora e mezza, contratto stage semestrale, poi i vedrà. Compenso: 600,00 (seicento, 00) Euro al mese, netti. Un grande risultato. Finalmente il lavoratore potrà essere un lavoratore.

Anzi no, il responsabile HR spiega che il contratto di stage “non è nemmeno un vero e proprio contratto di lavoro”. Ma tanto a chi importa. Il nostro candidato già lavorava senza propriamente lavorare; almeno, qui, ci sono i 600,00 Euro al mese! E si acquisisce esperienza, spendibile in Italia e, forse, all’estero.

Ogni tanto scorrendo Facebook ci ricompare la foto la nostra vecchia compagna di banco delle medie, odiosa certo, ma si nota come dopo essere emigrata in Inghilterra con il suo ragazzo sia ora felicemente impiegata in una boutique londinese. Per non parlare di Caia, geniale già allora, oggi analista finanziaria in Olanda e Sempronio, gran calciatore, vergognoso nella scrittura e nell’algebra di base ma gran cantastorie, motivo per il quale oggi ricopre una posizione “apicale” in una nota società di consulenza, avviata dal padre qualche anno fa.

Già, l’estero. Un tempo andava di moda Barcellona, la città progressista, di sinistra, tollerante, cannaiola, porto franco per grafici, artisti, sedicenti letterati e filosofi dei rioni popolari, anarchici, separatisti. Ora non più. La crisi economica ha battuta forte in Spagna e non si sta poi tanto meglio di quanto non si stia in Italia.

Meglio puntare su mete più piovose, tipo Londra, ormai relegata al ruolo di sobborgo extracomunitario o ghetto d’Europa, o la Germania, meta ambita ma assai difficile da raggiungere, anche perché “the awful german lenguage” – per dirla alla Mark Twain – non aiuta moltissimo.

Eppure è nella teutonica terra che si vivrebbe tanto bene: la medesima mansione, per un neolaureato senza esperienza, sarebbe retribuita il doppio. Per iniziare, si capisce.

Ecco la batosta. Esiste un luogo in Europa in cui il nostro candidato, alle stesse condizioni, potrebbe guadagnare di più.

Per fortuna il nostro candidato lavora spesso con la Germania e organizza spedizioni. La prossima volta, un pacco in più non darà fastidio ad alcuno.

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