L’amministratore di sostegno: una figura poco conosciuta ma sempre più importante

La figura dell’amministratore di sostegno nasce per mitigare e per integrare due istituti giuridici previsti dal codice civile: la più radicale interdizione e l’inabilitazione.
L’interdizione è il procedimento giudiziale con il quale si limita, anche totalmente, la capacità di agire di chi, in ragione di una abituale infermità di mente, risulta incapace di provvedere ai propri interessi. Al pari della interdizione, anche l’inabilitazione prevede un procedimento giudiziale nei confronti dell’infermo di mente, laddove le condizioni non risultino così gravi da procedere all’interdizione; l’istituto è applicato anche laddove, per particolari condizioni psicofisiche di un soggetto, questi non sia in grado di provvedere ai propri interessi.
Tuttavia, l’esperienza e i tempi dimostrano che le esigenze della vita quotidiana non riescono a trovare un’opportuna tutela nel modello codicistico classico. La soluzione è data dall’istituto dell’amministrazione di sostengo, introdotto nell’ordinamento con la l. 6/04 la cui finalità è proprio quella di  tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive, in tutto o in parte, di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente.

Considerando il crescente interesse per l’istituto, abbiamo deciso di rivolgere alcune domande alla dott.ssa Chiara Curculescu, referente AIGA per la materia:

Molti credono che l’amministratore di sostegno possa essere richiesto solo in caso di condizioni particolarmente gravi: è realmente così oppure i presupposti sono anche molto più semplici e vicini alle vicende “quotidiane” di tutte le nostre famiglie?  
In effetti i presupposti che possono condurre all’attivazione dell’amministrazione di sostegno non si identificano in particolari e predeterminate patologie o condizioni di salute che per la loro gravità potrebbero invece portare al ricorso alle più invasive misure dell’inabilitazione o dell’interdizione. La disciplina dell’istituto dell’amministrazione di sostegno fa piuttosto riferimento alla figura di “soggetto debole”, di soggetto vulnerabile ampiamente inteso, avuto riguardo ad una generica difficoltà della persona di provvedere ai propri interessi. Ciò si traduce in un vero e proprio “diritto al sostegno” che può avere il contenuto più vario, non necessariamente collegato ad una nozione tecnico-giuridica di incapacità.
Caratteristica dell’istituto introdotto nel 2006 è infatti proprio quello di fornire uno strumento di protezione che limiti nella minor misura possibile la capacità di agire del soggetto in tutti i casi di vulnerabilità dello stesso, venendo in soccorso di tutti i soggetti deboli, non solo quelli con gravi disabilità, e potendo riguardare una moltitudine di tipologie di difficoltà che inficiano l’agire di un soggetto o che implicano la necessità di una protezione temporanea o, ancora, singole attività il cui compimento richiede l’assistenza di un terzo. Possiamo pensare ai casi in cui un nostro caro si trovi in stato di shock o incapacità di intendere e volere a seguito di un incidente più o meno grave; o al caso di un parente anziano che non è in grado di prendersi cura di sé a causa di patologie legate proprio all’età, come il morbo di Alzheimer, o altre forme di demenza senile che incidono sulla capacità del soggetto di curare i propri interessi (anche il semplice pagamento delle utenze); o ancora, ai casi di soggetto con gravi disturbi della personalità o con tendenza all’abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti. L’utilità della figura dell’amministratore di sostegno può quindi ravvisarsi anche in tutte quelle ipotesi in cui non vi sia necessariamente una condizione patologica del beneficiario, ma semplicemente un’incapacità di compiere delle scelte corrispondenti al proprio interesse. Per tale motivo l’ambito di applicabilità dell’istituto va individuato avuto riguardo non tanto alla gravità dell’infermità ma alla possibilità della misura dell’ADS di adattarsi alle esigenze del soggetto bisognevole di tutela.

Non manca l’idea che l’amministratore di sostegno sia una figura destinata a seguire il nostro caro “a vita”, diventando, quindi, una figura assai invasiva: è così o vi è anche la possibilità di revocare l’amministrazione? 
Certamente la misura dell’amministratore di sostegno è destinata a venir meno alla morte del beneficiario o allo scadere del termine previsto per il caso di amministrazione provvisoria e qualora non vi sia stata richiesta di proroga. Ma può anche disporsene la revoca qualora vi siano i presupposti per la sua cessazione, come potrebbe essere per il caso in cui vi sia stato un miglioramento delle condizioni del beneficiario o siano state compiute le operazioni in funzione delle quali si era resa necessaria l’apertura dell’ADS. È chiaro infatti che essendo l’amministrazione di sostegno una misura volta a limitare in misura minima la capacità di agire del soggetto “debole”, non potrà aversi una prosecuzione dell’attività dell’amministrazione ove non se ne ravvisi più l’effettiva necessità.
È poi anche possibile, facendo applicazione di una disposizione prevista per il caso dell’istituto dell’interdizione, che il Giudice Tutelare disponga l’esonero dell’amministratore di sostegno qualora la sua attività risulti “soverchiamente gravosa e vi sia altra persona atta a sostituirlo”.

L’amministrazione di sostegno è un istituto che, sul piano processuale, potremmo definire come atto di volontaria giurisdizione, nel senso che è richiesto al giudice tutelare dai soggetti titolati. Ne consegue un decreto del giudice che fissa determinati “paletti” destinati a regolamentare le attribuzioni dell’amministratore e del beneficiario. In concreto, esistono atti che l’amministratore può compiere in autonomia? Ed esistono atti che può compiere in autonomia anche il beneficiario? 
Tenuto conto che con il decreto di apertura dell’amministrazione di sostegno il Giudice Tutelare indica quali atti l’amministratore ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario e quali atti il beneficiario può compiere solo con l’assistenza dell’amministratore, gli atti che il beneficiario potrà invece compiere liberamente possono ricavarsi per differenza, come quelli non espressamente ricompresi nella previsione del Giudice. Si può perciò dire che il beneficiario conserva la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l’assistenza necessaria dell’amministratore di sostegno. In ogni caso egli può compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana: quegli atti definiti come “minimi”, di modesta entità patrimoniale, che permettono al soggetto debole di esplicare la propria personalità senza l’intervento dell’amministratore. Ciò è evidentemente un riflesso di quelli che sono gli aspetti caratterizzanti la misura dell’ADS, ovvero la flessibilità, la duttilità e la modulabilità dello strumento, aspetti che consentono al giudice tutelare di determinare di volta in volta i poteri dell’amministratore e graduarne l’intensità. Se questo è vero in via astratta, si deve anche tener conto che spesso i decreti di apertura delle amministrazioni di sostegno anziché essere provvedimenti personalizzati, costruiti specificamente su misura del soggetto bisognoso di tutela, appaiono piuttosto quali moduli prestampati che vengono compilati all’occorrenza con i dati dei soggetti interessati.

Chi può chiedere al giudice tutelare la costituzione di una amministrazione di sostengo? Sarebbe possibile prevedere, anche per noi stessi e pro futuro – ad esempio nel caso in cui dovessimo essere sottoposti a interventi chirurgici particolarmente complessi -, un amministratore di sostegno, designandolo pure? 
La categoria dei soggetti che possono richiedere l’apertura di un’amministrazione di sostegno è piuttosto ampia, infatti oltre allo stesso soggetto beneficiario (anche se minore, interdetto o inabilitato – ma in questi casi con diversa decorrenza dell’esecutività del decreto di apertura dell’amministrazione), possono farne richiesta il coniuge, la persona stabilmente convivente, i parenti entro il quarto grado, gli affini entro il secondo grado, il curatore o il tutore, i responsabili dei servizi sociali e sanitari che anno in cura o assistono il soggetto ed il pubblico ministero. È poi espressamente previsto che il beneficiario possa preventivamente designare – mediante atto pubblico o scrittura privata – la persona che verrà incaricata quale amministratore di sostegno per il caso di una propria eventuale futura incapacità: è questo appunto il caso dell’amministratore pro futuro. Non si ritiene invece ammissibile che la persona possa proporre ricorso per la nomina dell’amministratore di sostegno – a proprio favore – quando essa si trovi in uno stato di piena capacità psico-fisica e lucidità mentale, poiché deve in ogni caso manifestarsi un’esigenza attuale di tutela e protezione quale presupposto dell’intervento dell’autorità giudiziaria.

Chi può essere amministratore di sostegno? Deve essere per forza un estraneo o può essere anche un membro della famiglia?
Deve anzitutto dirsi che il criterio fondamentale che dev’essere seguito nello scegliere l’amministratore di sostegno è essenzialmente quello concernente la cura e gli interessi del beneficiario: il soggetto scelto, cioè, dovrà essere colui che è in grado di assicurare al massimo la cura degli interessi del soggetto, potendo essere tanto un membro della famiglia (così ad esempio il coniuge, il figlio, ed anche la persona stabilmente convivente) quanto un soggetto estraneo alla stessa.
La legge tuttavia esclude che possano essere nominati amministratori di sostegno gli operatori dei servizi pubblici o privati, quali ad esempio gli assistenti sociali, che hanno in cura o in carico il beneficiario.

L’attività di amministratore di sostegno non prevede una retribuzione in senso tecnico. Tuttavia, esistono delle indennità che possono essere riconosciute all’amministratore? Se sì, chi le decide?  
Premesso che gli uffici a protezione degli incapaci sono essenzialmente gratuiti, il giudice tutelare può riconoscere all’amministratore di sostegno un’equa indennità, tenuto conto della difficoltà dell’amministrazione e dell’entità del patrimonio. Tale indennità, che secondo l’uniforme interpretazione giurisprudenziale non avrebbe natura retributiva (ma di diverso avviso è l’Agenzia delle Entrate in alcune sue delibere), deve essere intesa come rimborso delle spese sostenute dall’amministratore e dei suoi mancati guadagni. Pertanto nella determinazione dell’ammontare dell’indennità, e tenuto conto della sua natura compensativa, il giudice tutelare dovrà rifarsi esclusivamente a criteri di equità e di ragionevolezza.
Concludo sottolineando che ad ogni modo l’attività dell’amministratore di sostegno non deve (o per lo meno non dovrebbe!) essere concepita quale prestazione professionale retribuita: la ratio di tale misura di protezione non è certo lo scopo di lucro, ma il dovere sociale di solidarietà costituzionalmente riconosciuto e, aggiungo, anche un imprescindibile spirito altruistico.

Intervista di Luca Cadamuro

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