La responsabilità di un leader nella scelta della classe dirigente

In Italia la selezione della classe dirigente è un problema che attanaglia la politica italiana da diversi anni, per non dire decenni.
La fine dei partiti tradizionali, avvenuta all’inizio degli anni ’90 con l’inchiesta di Tangentopoli, ha fatto venir meno, oltre alla struttura dei partiti stessi, quella selezione dei loro rappresentanti che aveva assicurato dalla fine del dopoguerra in poi una classe politica preparata e attenta alle esigenze del territorio.

Non essendoci più le strutture dei partiti di allora, molti sono stati tentativi di trovare metodi nuovi ed alternativi per la selezione della dirigenza: alcuni hanno optato per il metodo delle primarie, altri per una selezione attraverso l’invio di curriculum ed interviste, qualcuno per la cooptazione ed altri infine, più recentemente, per la selezione via Web.

Tutti questi metodi non sono certo perfetti. Anzi, tutt’altro. Basti pensare alla selezione via Web dei cinque stelle, che in questi giorni a Roma sta mostrando tutti i suoi limiti.

Il metodo che ha riscosso più successo e tentativi di replica è quello delle primarie.
Nate per volere dell’allora segretario del PD, Walter Veltroni, basandosi sul modello delle primarie americane, hanno riscosso un notevole successo sia dalla base dell’elettorato di centrosinistra sia da parte di alcune parti della classe dirigente, intuendone un modo per “scalare” un partito che altrimenti, tra congressi e feste dell’unità, tra veti e contro veti, rischiava di divenire “inscabile”.

Questo metodo di selezione della classe dirigente presenta però due problemi significativi che ne inficiano l’efficacia: la deresponsabilizzazione della classe dirigente e il rischio di individuare candidati inadatti a vincere le elezioni.

Con riguardo al primo problema, è evidente che con le primarie si trasferisce la responsabilità della scelta del candidato in mano agli elettori, o gli iscritti del partito, togliendola alla dirigenza del partito, locale e nazionale, che proprio sulla selezione del candidato e della squadra migliore per poter vincere le elezioni dovrebbe basare la propria esistenza. Insomma, che ci sta a fare il segretario di partito se poi non è lui a scegliere il candidato?

E qui ci ricolleghiamo al secondo problema, dalle conseguenze ben più serie: la diffusa incapacità di scegliere il candidato giusto per vincere le elezioni.
Infatti, come è accaduto anche a Venezia lo scorso anno, spesso i risultati delle primarie rischiano di essere manovrati da piccole minoranze organizzate di elettori, le quali, pur non essendo maggioritarie, riescono a portare voti il loro candidato, che poi al momento delle elezioni vere proprie pagherà lo scotto di essere stato espressione di una piccola minoranza e non riuscire ad andare oltre il proprio elettorato, rischiando così di non vincere le elezioni. Insomma, vincere le primarie, ma perde le elezioni.
Per intenderci, se il PD veneziano avesse candidato al posto di Casson un candidato più moderato che potesse attrarre anche il consenso dell’elettorato di centrodestra, forse oggi non staremo qui a parlare di onde fucsia in laguna.

Insomma, nonostante l’indubbio successo delle primarie di essere riuscite ad avvicinare il proprio elettorato alle vicende di partito, va detto che queste non rappresentano l’unico strumento democratico per la selezione della classe politica. L’Italia è una Repubblica democratica da ben prima che Veltroni le introducesse ed, anzi, quando c’erano dei partiti seri e strutturati i candidati erano ben più all’altezza degli attuali.

I partiti, per l’appunto. Senza dover stilare qui i motivi del perché “si stesse meglio quando si stava peggio”, c’è da ammettere che negli ultimi anni la politica pare più che cercare una soluzione ai problemi che la affliggono, tra cui quello della classe dirigente,impegnata ad escogitare dei palliativi, dei placebo alla soluzione di questi. Ed ecco che abbiamo assistito a: patti del candidato, firme su documenti per attestare la propria fedeltà al partito, limiti negli statuti sui limiti dei mandati, nuovismo, scontri generazionali fini a se stessi, rottamazioni, formattazioni e chi ne ha più ne metta.
Prendiamo ad esempio uno di quei temi che ciclicamente ritorna al momento della redazione delle liste: il limite di mandati. Anche questo rischia di essere una cartina di tornasole, poiché ci possono essere bravissimi parlamentari che sono in carica da diverse legislature, come altri che anche se sono alla prima esperienza in Parlamento è bene che non ci tornino più.
Certo, qualcosa si dovrà però fare per arginare il fenomeno di quei parlamentari che sono in Parlamento da trent’anni e sono ormai delle zavorre in termini di consenso, ma non lo si può fare appellandosi a regole bislacche redatte ad hoc che rischiano di essere controproducenti.

Ci sono due criteri da seguire per la selezione della classe dirigente: il consenso e la responsabilità del leader.
Per il primo punto, il consenso, la questione è semplice per gli amministratori locali, comunali e regionali, perché si basa sulle preferenze; più complesso è per i parlamentari perché questi vengono eletti con il listino bloccato, quindi senza preferenze. Ma anche qui non dobbiamo demordere, perché basandosi sulla attività parlamentare e la presenza sul territorio non risulta impossibile stilare una lista dei parlamentari che sono andati a Roma a scaldare la poltrona da quelli che, invece, lavorano con profitto.
Il secondo punto è quello centrale e che è carente da molti anni nel centrodestra: la responsabilità del leader nelle scelte dei candidati.
Qualora non si scelga il metodo delle primarie come selezione della classe dirigente, deve essere il segretario di partito che si assume la responsabilità della scelta dei candidati da mettere in lista. E, in caso di fallimento, ne deve rispondere davanti ai proprio elettori e ai propri iscritti.

Difficile, impossibile, inutile? Può darsi, ma avere una dirigenza di partito che si assume la responsabilità delle proprie scelte sarebbe già un gran passo in avanti rispetto a situazioni dove i candidati vengono ripetutamente calati dall’alto e continuano a parlare a nome di tutti senza alcun mandato, creando solo una diaspora elettorale infinita.

di Isabella Cimino

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