La fine dell’uomo

Ci sono immagini che fanno un male straziante a chi come me porta nel cuore un amore indefinibile per ciò che di più nobile esista nel creato. Per ciò che, (è una mia opinione forte, lo comprendo, condivisibile o meno), va anche oltre il “valore” dell’individuo umano, che per sua effimera natura è destinato prima o poi a lasciare questa esistenza terrena. Per ciò che quella fragile e immensamente piccola creatura che siamo, lascia nel solco del tempo che percorre, breve o lungo che sia, a testimoniare, essa sì per sempre, la sua esistenza, l’esistenza del suo genio, della sua cultura, della sua fantasia, del suo esistere, alle generazioni che verranno dopo. Cancellare quel solco significa perdere irrimediabilmente una traccia della nostra storia. Della nostra cultura. Di ciò che siamo stati per arrivare a ciò che siamo. E se a cancellarla siamo noi stessi questa è la Fine dell’Uomo. L’odio insensato che porta al furore devastatore di antichi siti archeologici, di monumenti o di musei ove tale ricordo è conservato, la furia iconoclasta che rende ciechi assassini della Storia, vigliacchi soldati di una causa che rende vittime pietre millenarie patrimonio dell’umanità che mai più ci saranno restituite, sono segni incontrovertibili del tempo che viviamo.
Un tempo in cui lentamente ci stiamo “autodistruggendo”, civiltà contro civiltà, genere contro genere, Nazione contro Nazione, portando con noi le testimonianze dell’”altro” quasi a volerlo cancellare. Come se abbattere la pietra significasse abbattere la memoria. Come se bastasse sottrarre agli occhi quello che il passato ci ha lasciato in eredità culturale, morale, storica per cancellare quei valori dal mondo. Per sempre. Nelle ultime settimane abbiamo dovuto guardare, impotenti, gli “uomini neri” dell’autoproclamato Califfato Islamico fare scempio d quanto da millenni nelle terre d’oriente parlava delle antiche civiltà assire e babilonesi. Il sito di Khorsabad, presso Ninive, antica capitale assira del Regno di Sargon II^ (722 – 705 A.C.) non esiste più. Lo hanno raso al suolo le ruspe dell’ISIS. Il Museo Archeologico di Mosul, in Iraq, è stato saccheggiato. Gli scavi di Nimrud e Hatra sono scomparsi per sempre. Anche il Museo di Baghdad, sopravvissuto alla caduta di Saddam Hussein, ha pagato il suo tributo. Chi sarà il prossimo a cadere? Non è lontana nel tempo la dinamite dei Talebani che nel 2001 faceva saltare in aria gli inermi Buddha di Bamiyan da 1800 anni guardiani buoni delle montagne di Kabul.
Noi veneziani a modo nostro ben conosciamo come il Corso fu implacabile verso i nostri fieri Leoni e meticolosamente li scalpellò dopo il 1797 da ogni angolo della città, anche il più nascosto, nel tentativo di colpire al cuore una civiltà che da mille anni costruiva la Storia. Col solo risultato che oggi le loro “ombre”, dove non sono stati ripristinati, fanno sopravvivere il loro indomito ruggito e svergognare la viltà giacobina. E in anni più recenti con non meno certosina mano, il nostrano scalpello è tornato a cercare di cancellare la memoria abbattendo i simboli, ma non l’orgoglio, dell’Italia Littoria “liberata”. Diversi protagonisti … stesse modalità.
La fine dell’uomo che uccide se stesso. La fine dell’uomo che cancella il suo passato per un futuro imperfetto che non avrà identità.

di Marco Ladiana

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