Isis, shari’a, sunniti e sciiti. Cosa succede nel Medio Oriente?

Il giorno dopo gli attentati di Parigi, la Francia conta i morti.
E lo fa con il più grande dolore che una città possa fare.
Lo fa con il dolore delle madri che hanno perso una vita e una parte di sé.
Lo fa con il dolore dei padri sopravvissuti ai figli e con il dolore dei figli usciti un normale venerdì sera per bere qualcosa e ascoltare buona musica. La musica degli Eagles of Death Metal.
Il gruppo al momento dell’attentato stava cantando “Kiss the Devil”, bacia il demonio.
Un demonio vestito di nero, incappucciato, che ha imbracciato un kalashnikov e ha cominciato a sparare. Nel giro di pochi attimi si è scatenato l’inferno e qualcuno all’inizio ha creduto che gli spari fossero dei petardi, che facessero parte della coreografia. Poi all’improvviso il sangue.
“Un corpo mi è caduto addosso – racconta un ragazzo, come scrive Gian Antonio Stella nell’inserto speciale del Corriere della Sera – Mi sono trovato il suo sangue sulle gambe. Ricordo una ragazza con il viso insanguinato, ma era viva. Il mio vicino, un uomo sulla cinquantina, è stato preso da un proiettile in piena faccia. Pezzi del suo cervello mi son finiti sulle lenti degli occhiali. Le pallottole fischiavano da tutte le parti. Fissavo il pavimento, era una pozza di sangue”.
E infatti per chi ha potuto vedere la foto dopo la strage, prima che la polizia francese pregasse di toglierla dai sociale, ha visto l’orrore.
Corpi ammassati per terra. E sangue che scorreva, come la lava da un vulcano.
Il giorno dopo quello che era normale fare, diventa impraticabile, asfissiante e il terrore che gli assassini possano tornare a colpire di nuovo è grande, talmente grande da paralizzare un’intera città.
Soprattutto il nemico, nonostante vicino, è più estraneo che mai.
Un punto di domanda che porta a chiedersi cosa spinga questi assassini ad ammazzare così.
É un problema di religione? Qualcuno dice sì, qualcuno dice no.
Obama si è sempre schierato dalla parte di chi dice che la religione non c’entra ma qui è l’Isis stesso, o meglio Daesh, a usare, in modo inopportuno, la religione come fondamento. Ne abusa come legittimazione, interpretando in modo errato i simboli e le predicazioni.
Li porta all’ennesima potenza, squarciando il Velo del bene per far entrare il male.
E una volta che il velo si è squarciato, non si capisce più quale sia il confine: tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, tra ciò che è fede e ciò che non lo è. Così si finisce con il legittimare tutto.
Ma cos’ha questo a che vedere con l’ Islam?
Ripercorriamo la storia.
Colui che rivelò per primo la religione islamica fu Maometto.
Maometto in arabo محمد nasce il 20 aprile 570 a Mecca. La sua predicazione inizia nel mese di Ramadan nel 610 quando secondo la tradizione del Corano, l’arcangelo Gabriele sarebbe apparso al Profeta che gli disse: “Leggi, in nome del tuo Signore che ha creato, che ha creato l’uomo da un grumo di sangue. Leggi nel nome del tuo Signore il più generoso, che ha insegnato per mezzo del calamo, che ha insegnato all’uomo quello che non sapeva” (Il Corano, sura 96, trad. di Alessandro Bausani, Firenze Sansoni, 1961).
Anche nel Nuovo Testamento appare l’arcangelo Gabriele che annuncia a Zaccaria la nascita del figlio Giovanni Battista e a Maria di Nazareth la nascita di Gesù Cristo (Luca 1:11-20).
Maometto però crede di aver sognato e solo dopo dieci anni comincia a predicare in pubblico una dottrina monoteistica. Egli predica un Dio unico: “Allah”.
Nel 623 intanto a Yathrib, città-oasi dominata da una tribù e da una comunità ebraica, Maometto si allea con gli ebrei e fonda la Umma, la comunità dei musulmani, cioè gli “assoggettati” (a Dio), quindi “credenti” (in Allāh). Fonda una moschea fuori città e sancisce i principi fondamentali dell’Islam, come la preghiera verso Gerusalemme. La città poi cambia nome in Medina. E da qui parte l’espansione diretta verso le zone circostanti, verso la Mecca stessa, la penisola arabica e oltre.
L’8 giugno del 632 (lunedì 12 rabīʿ II dall’Egira) Maometto muore a Medina, lasciando 9 mogli e una sola figlia Fāṭima. Medina diventa la capitale del nascente Califfato islamico e il primo successore di Maometto e “luogotenente” di Dio in terra è il califfo che ora per Obama sembra essere l’unica forza da estirpare, per sconfiggere l’Isis.
La predicazione di Maometto attecchisce particolarmente nelle tribù beduine, mosse dal desiderio delle vendette tribali. Una primaria forma di società, molto arcaica, strettamente collegata alla vita nomade, alla razzia dei greggi, al possesso dei pozzi. I beduini si affidano totalmente alla fede islamica dando a essa carta bianca e nel giro di pochi decenni ne nasce un vero e proprio impero.
Nasce la jihad (“sforzo nella direzione gradita a Dio”), che ha come scopo non la conversione, ma l’assoggettamento degli infedeli, tramite il riconoscimento della superiorità islamica e il pagamento di un tributo. Che a pensarci bene è quello che ora Daesh chiede ai popoli sottomessi.
La religione islamica impone una ferma condanna del politeismo.
Ma appena dopo la morte di Maometto ci si divide.
Sunniti da una parte e sciiti dall’altra.
I Sunniti si richiamano alla tradizione: la Sunna, e credono che il successore di Maometto debba essere uno tra i migliori fedeli. Sostenevano Abu Bakr, ritenuto il migliore amico di Maometto.
I secondi, cioè gli sciiti credono che la successione si tramandi per famiglia e quindi sostengono il cugino e genero di Maometto, Alì.
Ed è qui che nasce il conflitto. Una guerra di successione, nella religione.
Il dissenso scoppia nel 656 quando il califfo Uthman viene ucciso e il suo posto passa al genero di Maometto, Ali. Poi in seguito a una guerra civile anche Alì viene ucciso e il califfato torna agli eredi di Uthman. Da allora il partito di Ali, la Shia (sciiti) considera la Sunna – il partito della tradizione, (sunniti) – come una banda di usurpatori. I sunniti, comunque, sono circa l’ 80/90% del mondo musulmano e hanno governato anche dove il paese era prevalentemente sciita.
Del resto, pieno è il mondo di guerre dove ci si scontra per questioni di successione al trono. E quando questo accade all’interno della religione, non è molto diverso. Provoca lotte, caos, disordini interni che sfociano molte volte in fratture irreparabili e sanguinosi conflitti.
Un po’ quello che sta succedendo ora nel mondo islamico.
Ma non è ancora finita, perché gli sciiti secondo varie correnti di pensiero, sono considerati eretici, i peggiori nemici dell’ Islam. Loro si dividono in altre sette, a volte estreme, esoteriche o iniziatiche. Come i drusi o gli alauiti in Siria o gli ismailiti o ancora i zayditi nello Yemen. Oggi quelli più diffusi sono gli imamiti che si basano sulla successione di dodici imam – duodecimano. Gli imamiti però accusano i sunniti di aver alterato il Corano.
Insomma il caos nel caos.
Allora cosa succede.
Accade che alcuni si staccano e impongono un ritorno alla tribalità per una differente interpretazione del testo sacro. Qui occorre stare attenti perché di sacro quell’interpretazione non ha niente e l’abuso che si fa della religione in questi casi è palese.
Questi sono i salafiti che vogliono un ritorno alle origini, alla purezza dell’insegnamento dell’ Islam dicono loro. Secondo Ahmed Karima, professore di diritto islamico all’ Università di Al – Azhar e membro del Consiglio supremo per gli affari musulmani “i salafiti – dice in un’intervista rilasciata al quotidiano Mcn direct – sono i principali portatori delle idee dei Takfiri, cioè coloro che combattono contro i falsi musulmani, e della violenza intellettuale”. Alla base quindi del terrorismo “islamico” ci sarebbero loro. E per Karima è proprio da questo movimento integralista e scismatico dell’ Islam sunnita che sono nati Al-Qaeda, i Talebani e ora l’ Isis. Ma non chiamiamolo Isis, chiamiamolo Daesh che sta per al Dawla al Islamiya fi al Iraq wa al Sham cioè Stato Islamico dell’ Iraq e del Levante. In arabo Daesh significa portatore di discordia e in afghano questa parola viene usata in senso dispregiativo, ecco perché ora si preferisce parlare di Daesh anziché di Isis cioè di uno Stato. Il Daesh con lo Stato non ha niente a che vedere. Anzi è uno stato di terroristi, di pazzi assassini. Lo scopo dei salafiti è quello di voler ricreare le condizioni in cui visse e predicò Maometto. Un ritorno alle origini. In più dai salafiti nasce, tra le due guerre mondiali, una corrente guidata dal religioso Muhammad al-Wahab. Da qui nasce il movimento wahabita, cioè un movimento fondamentalista fortemente legato e collegato alla casa regnante sunnita dell’Arabia Saudita.
I salafiti e wahabiti sostengono una nuova interpretazione (ijtihad) autentica della Sunna, la tradizione etica e giuridica dell’Islam. Il movimento predica la Jihad (Guerra Santa contro gli infedeli) che si fa con la spada, la parola o la guerra. E’ su base volontaria e ci sono scuole libere (non laiche) in cui si fa una propaganda spietata. Anche qui i richiami alle dittature del XX secolo non mancano. La cultura wahabita poi si schiera letteralmente contro il sistema sociale secondo loro errato e perverso dei vizi. No quindi all’alcol, alla prostituzione, alla carne, al suono del violino. No all’equiparazione tra uomo e donna. Si invece alla legge del taglione per i ladri, alla pena di morte per l’adulterio e a una netta intolleranza verso le altre religioni.
Il salafismo si contraddistingue per essere l’espressione più estrema del fondamentalismo radicale.
E c’è il rischio che questi paesi diventino degli Stati confessionali, perché legittimano le loro sporche azioni sulla religione, applicando la Sharia nel modo più barbaro e integralista possibile.
Già la Sharia.
La Sharia è il complesso di norme religiose, giuridiche e sociali fondate sulla dottrina coranica e sui Detti e fatti del Profeta Maometto.
Sharia significa, alla lettera, “la via da seguire”, ma si può anche tradurre con “Legge divina”. Ed è questa che i villaggi tribali intendono applicare. “Letteralmente – spiega un islamista in un intervento al Corriere, Sergio Noja Nosed – significa “la via degli animali verso l’ abbeveratoio”: è una parola araba antichissima, che affonda le radici in una società dedita alla pastorizia, per la quale la retta via era appunto quella del bestiame che va a bere».
In Occidente questo termine fa rabbrividire. Fa subito pensare a punizioni corporali, al taglio della mano per i ladri e alla lapidazione delle adultere. Ma per i musulmani è l’insieme delle norme che Allah ha rivelato a Maometto tanto che in alcuni paesi islamici è vera e propria fonte di diritto. Tra la legge e la sua applicazione però passa l’abisso e fino a che non capiamo che queste correnti con l’ Islam non hanno niente a che vedere, continueremo a dare loro benzina per accendere la legalità basata sulla religione.
Forse il primo passo per non riconoscere fondamento a tali pratiche deve partire da noi.

Di Serenella Bettin

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*