Google e Facebook contro le bufale: come e perchè

di Marco Rossetto

Dopo Google, anche la creazione di Zuckerberg vieta ai siti divulgatori di bufale e di poter, di conseguenza, monetizzare grazie al traffico internet su essi.
Ma analizziamo tutto con calma: durante la campagna elettorale di Trump, sono spuntati numerosissimi siti di bufale, proponendo notizie dai titoli roboanti – e falsi – con nonchalance, lasciando supporre che la sua vittoria fosse anche merito delle news gonfiate, o molto spesso create, ad arte come “Trump dona 20 milioni di dollari alle popolazioni del centro Italia”.
Chiaramente non tutti i siti propongono notizie di politica americana, noi italiani non ci facciamo mancare nulla, ma usiamo un sistema più sottile: il clickbait.
Cosa sarebbe? Il clickbait è quell’insano modo di attirare i curiosi, tramite titoli promettenti, troncandoli sul più bello o lasciando presagire qualcosa di sensazionale, come ad esempio: “Fotografo riprende oceano: non immaginerete mai cosa ha visto!” oppure: “Attrice molto famosa ricorre alla chirurgia plastica ma si accorge di…ecco come è cambiata”.
Tali titoli invogliano una generosissima fetta di internauti ad approfondire l’articolo ai limiti dello scabroso, ma ogni click che la pagina riceve, genera un piccolissimo guadagno (noi del Cantiere, da antesignani, ne avevamo parlato in qualche articolo precedente) che moltiplicato per le migliaia di visualizzazioni dipinge un mondo digitale malato.
Laddove le notizie riguardanti le star non sono più gettonate, ecco il proliferare di una miriade di siti riportanti news al limite del ridicolo (ricordate la notizia dei vantaggi con la fetta di limone sotto il piede, tenuta ferma dal calzino, quando si dorme?), che però non hanno saputo limitarsi, destando quindi le attenzioni dei colossi Google e Facebook.
Ecco che i sopracitati giganti sono corsi ai ripari vietando, tramite algoritmi, l’uso di pubblicità di siti che divulgano notizie false.

La domanda sorge spontanea: come e chi bolla una notizia come falsa?
A questo, purtroppo, oggi non c’è risposta; una proposta della politica italiana era quella di istituire un organo di controllo (per la verità più per arginare il cyberbullismo che altro) in grado di troncare sul nascere ogni iniziativa ritenuta fuorviante.
Eppure il quesito resta lo stesso: dove sussiste il confine tra notizia falsa e notizia censurata perchè scomoda?

Purtroppo il limite è molto labile, basti pensare che spesso anche i giornali più famosi usano il clickbait su Facebook e la notizia gonfiata ad arte, salvo poi magari parlare di tutt’altro nell’articolo; tra tutti attualmente spicca TzeTze che abusa di titoli troncati a metà, pratica non vietata ma di certo fonte di guadagni ragguardevoli. Inutile, specificare che i casi di vincolo di qualche sito ritenuto falso ma considerato dai lettori come “scomodo” è già accaduto con Claudio Messora (consulente per la comunicazione 5 Stelle).
In realtà l’allarmismo è da considerarsi esagerato, perchè al momento Google e Facebook si limitano a chiudere i cordoni di borsa a siti ritenuti fuorvianti, non a censurarli o a chiuderli definitivamente.
Chissà se la libertà di pensiero verrà meno dinanzi alla granitica condizione di “vero o falso” del codice binario.

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