Evadere per sopravvivere

La crisi economica che continua a condizionare in negativo il nostro sistema produttivo si manifesta in svariate maniere: riducendo il fatturato, generando il fenomeno del cosiddetto “credit crunch” e in molti altri modi. Tuttavia, come se ciò non fosse sufficiente, l’imprenditore si trova a dover affrontare un altro temibile soggetto: il fisco.
Il rilievo di ciò che genericamente chiamiamo fisco è fondamentale in questa riflessione, in cui cercheremo di affrontare il fenomeno della cosiddetta “evasione di sopravvivenza”. Questa particolare specie di evasione divenne celebre anche in Veneto nell’estate 2013, quando “il Gazzettino” riportò una sentenza della sezione distaccata di Chioggia del Tribunale di Venezia: un imprenditore, a fronte di un drastico calo delle commesse ma in costanza di costi aziendali inalterati, omise il pagamento dell’acconto IVA, preferendo pagare lo stipendio dei propri dipendenti. La condotta appena descritta fu ritenuta penalmente rilevante e il caso arrivò davanti al giudice che, tuttavia, constatò che non poteva essere mosso alcun rimprovero all’imprenditore che si ritrovò a dover fronteggiare una tale situazione senza averne colpa. Concretamente, la formula assolutoria usata dal giudice è quella dell’assoluzione perché il fatto – cioè la condotta dell’omessa dichiarazione – non costituisce reato. Detto altrimenti, il giudice ritiene che il fatto è avvenuto e che è stato posto in essere dal soggetto imputato ma la condotta tenuta dall’imprenditore non costituirebbe reato per l’assenza, in capo all’imprenditore stesso, del dolo che è la previsione e la volontà del reo di realizzare ogni elemento previsto dalla norma penale. Non ha avuto alcun rilievo, quindi, la scelta, senz’altro nobile, di pagare gli stipendi anziché l’IVA, avendo avuto peso solo l’assenza della coscienza e della volontà di non pagare quanto dovuto allo Stato e, cioè, l’assenza del dolo.
Se nel caso appena visto la colpevole della impossibilità di pagare le imposte è stata la crisi economica, in altri casi la condizione di difficoltà economica è determinata dai crediti vantati verso lo Stato che non sono onorati. Recentemente, il quotidiano “La Stampa” ha riportato il caso di un imprenditore piemontese che, a fronte di crediti vantati verso lo Stato che non sono mai stati onorati dalla controparte pubblica, si è visto costretto a scegliere tra l’adempimento fiscale e il pagamento degli stipendi. Anche in questo caso la difesa dell’imprenditore è riuscita a dimostrare – come già avvenne nel caso veneto – che la crisi non era dovuta alla mala gestione imprenditoriale bensì da elementi esterni all’impresa che, nel caso di specie, sono riconducibili alla politica dei pagamenti della pubblica amministrazione.
Questi due casi emblematici ci aiutano a capire il concetto di “evasione di sopravvivenza”, accolto anche dalla giurisprudenza di Cassazione che, più volte, è stata chiamata ad esprimersi in materia. Tuttavia, per fare chiarezza, vale la pena ricordare che, in entrambi i casi, la condotta posta in essere dagli imprenditori è stata considerata penalmente rilevante. Non si tratta, quindi, di semplici contenziosi con l’Amministrazione finanziaria. Ciò si spiega con la riforma dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto del 2000: gli elementi centrali di questa riforma prevedono tre fattispecie di reato che sono la dichiarazione fraudolenta, quella infedele e l’omessa dichiarazione che è la categoria di cui stiamo trattando. La soglia pecuniaria che fa scattare l’illiceità penale della condotta è fissata a trentamila Euro e, in entrambi i casi, le somme contestate superavano questo limite.
Avendo così introdotto il tema, dobbiamo passare ad un’analisi più tecnica. Infatti – per dirla con le parole degli studiosi del diritto – «l’evasione di necessità rimanda a casi di inadempimento di obblighi fiscali da parte di imprese in crisi di liquidità per contingenze economiche imprevedibili e non riconducibili a cattiva gestione», quindi possiamo dire che tutti i casi visti sono accomunati da una sorta di inadempimento per “forza maggiore” che esenta «il debitore dalla sanzione [penale] prevista a suo carico». Come si accennava, questo orientamento pare trovare i primi riscontri anche nella giurisprudenza di legittimità: recentemente (Cass. pen. 25/02/2014, n. 13019) si è ammesso, in astratto, l’esistenza di specifici casi, da valutarsi volta per volta e nel giudizio di merito (quindi non in Cassazione), nei quali possa invocarsi l’assenza del dolo o l’assoluta impossibilità di adempiere l’obbligazione tributaria; si è precisato anche che l’esclusione del dolo può essere provata solo dimostrando l’effettiva esistenza della crisi e l’impossibilità di superarla altrimenti, anche ricorrendo al credito o a risorse personali.
Senza avere la pretesa dell’esaustività né della metodica scientifica, vale comunque la pena evidenziare che le decisioni dei giudici sembrano andare verso una presa di coscienza di una obiettiva difficoltà che, quotidianamente, si abbatte sugli imprenditori che si trovano ad operare un bilanciamento tra l’adempimento agli obblighi contrattuali con i propri dipendenti, collaboratori e fornitori, l’adempimento al dovere, pressoché incondizionato, di contribuzione, il fallimento, con le conseguenze che ciò comporta sul piano della gestione delle risorse patrimoniali dell’impresa o proprie, e la semplice e dignitosa sopravvivenza.

 

di Luca CADAMURO

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