Come si vive in … America

Elena Brunetta è una ragazza veneziana di 26 anni, che ha sta concludendo gli studi in Giurisprudenza presso l’Università di Padova. Sfruttando un programma di ricerca universitaria, ha deciso di andare a scrivere la sua tesi di laurea in America, ed in particolare a Los Angeles e poi a San Francisco.
in quest’intervista le chiederemo come si vive in California e quali siano le differenze tra i sistemi universitari italiani e statunitensi.

Elena, prima di tutto: perché sei andata negli States?
Sto scrivendo la tesi di laurea in un programma di ricerca.
Per quello che riguarda la facoltà di giurisprudenza, in America il sistema universitario è molto diverso dal nostro: dura solo tre anni e non c’è una tesi di laurea, ragione per cui le nostre tesi vengono guardate con una certa serietà ma soprattutto curiosità.
Il programma universitario di ricerca in cui sono inserita riesce a far coniugare sia una grande autonomia sia la vita accademica: conferenze, meeting, conversazioni, lezioni da frequentare, il proprio “relatore” da incontrare per confrontarsi e parlare del progetto, risolvere insieme certe questioni, uno scambio reciproco.
Devo ammettere che arrivare a portare a compimento questo progetto non sia stato facile, mi ha richiesto molto impegno e tempo: ho cominciato a progettarlo con un anno di anticipo e ci ho lavorato su 10 mesi prima; e già allora i tempi erano stretti!
Soprattutto all’inizio arrivavano risposte negative o non arrivavano proprio, ma valeva la pena non demordere.

Spesso, qui in Italia abbiamo un’immagine dei campus universitari americani un po’ romanzata tratta dai telefilm americani. Dalla tua esperienza, quali sono le maggiori differenze rispetto al sistema italiano? Ti ha colpito qualcosa in particolare?
Tutto diverso! Davvero, non potrebbero essere due modelli più diversi di così, sia come macro sistemi che nella esperienza individuale.
Innanzitutto la differenza tra università privata e pubblica è abissale: andare in una università privata di prestigio è determinante. R1 - nel testo
In secondo luogo i costi: le nostre rate universitarie in Italia le ho sempre considerate alte, ma paragonandole alla retta di uno studente iscritto a triennio in America è una cifra veramente irrisoria. Pensate che mandare un figlio all’università chiede sforzi enormi, considerevoli debiti con le banche o borse di studio significative. Alcuni genitori mettono via i soldi per il College ancor prima della nascita del loro foglio!
Moltissime sono le cose che mi hanno colpito, ma forse più di tutto il fatto nel lavoro in classe è fondamentale lo sviluppo del pensiero di ogni studente. Il lavoro del Professore non è somministrare delle lezioni frontali, ma guidare la classe attraverso la discussione, le considerazioni: ogni punto di vista, osservazione ha la sua utilità e viene ascoltata.
Il rapporto tra studenti e professori è molto più simile ad una alleanza.

Hai scelto di frequentare i college della California: prima a Los Angeles e ora a San Francisco. Che esperienze particolari hai avuto?
Partiamo da una prima considerazione: trovare una sistemazione è stato impegnativo, perché  il prezzo degli alloggi è proibitivo, anche solo per una stanza.
Vi racconto un particolare della città dove mi trovo ora, San Francisco. Questa è una città animata anche da moltissimi senzatetto con disturbi mentali, ma il più delle volte innocui. All’arrivo sono rimasta molto impressionata (soprattutto perchè il primo giorno stavo studiando quando è corso dentro in biblioteca un uomo inseguito dalla polizia per arrestarlo!), poi piano piano mi sono abituata. Ci sono molte strutture di assistenza, di volontari, dormitori, addirittura ci sono dei pulmini che girano per permetter loro di fare una doccia. E’ incredibile il numero di persone che vive così: non ho mai smesso di avere l’interrogativo su come il Governo intenda far fronte ad una tale situazione.
Di Los Angeles non posso esprimermi più di tanto perché ho vissuto praticamente dentro al campus a differenza di San Francisco dove ho vissuto in un quartiere nella città, quindi non ho il polso della città in generale, che è veramente enorme con realtà profondamente differenti da zona a zona.

Spesso ambientarsi in una nuova città è difficile, soprattutto quando si fa in un altro Continente. Sono previsti dei sistemi di accoglienza per i neo residenti?
La mia esperienza è ruotata tutta attorno all’università ospitante, che costituisce senza dubbio un punto di riferimento, sia pratico, come ad esempio per i documenti, che sociale.
Personalmente ho cercato di coinvolgermi il più possibile nelle attività che mi piacciono di più, di tenermi impegnata e in veramente poco tempo mi sono sentita “inserita”. La mia gratitudine va a tantissime persone, sia a coloro che sono sempre state lì per aiutarmi, per farmi sapere che se mi fossi trovata in difficoltà loro sarebbero corse in mio aiuto, sia ai miei amici, che hanno condiviso la loro esperienza o che hanno scoperto e fatto tentativi assieme a me.

C’è qualcosa che vorresti venisse preso ad esempio in Italia dall’America, soprattutto nel rapporto coi giovani?
Dalla mia esperienza penso che due siano le cose principali che potremmo “rubare” agli States: il rapporto con i giovani e il senso di orgoglio del proprio Paese.
Riguardo all’approccio con i giovani, nella mia breve esperienza negli Stati Uniti, ho potuto percepire un gran senso di fiducia verso i ragazzi, nel mondo del domani: studiare non è visto come una cosa fine a se stessa, ma rappresenta un vero senso di fiducia da parte della famiglia, dell’università stessa e dello Stato (che arriva a finanziare le altissime rette scolastiche attraverso i cd. “prestiti d’onore”); inoltre ho notato un grande senso di responsabilità ed, indubbiamente, di onore e gratitudine per lo studente.
Per quello che riguarda il senso di orgoglio del proprio Paese, vorrei che l’Italia valorizzasse tutto ciò che ha con efficienza e con amor proprio come fanno gli Stati Uniti: dalla cura dei musei fino al senso di orgoglio del proprio paese.
Viviamo nel posto più bello del mondo: perchè non riuscire a mostrarlo proprio per quello che è?

Intervista di Isabella Cimino

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*