Il carciofo referendario. Venezia, il Veneto e Brugnaro

di Isabella Cimino

Ci risiamo, a breve saremo chiamati ad esprimerci per la quinta volta sulla separazione del Comune di Venezia.

A dir la verità, il destino di questo referendum non è ancora ben chiaro. Tra ricorsi minacciati e presunti, sembra proprio che a tener banco per le prossime settimane saranno più questioni legali che politiche.
Pertanto, in attesa che i magistrati si esprimano sulla legittimità o meno del referendum separatista, non resta che concentrarsi sulle conseguenze pratiche e politiche che questo avrebbe.

Ma per farlo dobbiamo togliere un po’ alla volta tutte quelle motivazioni complementari alla discussione, che, sebbene interessanti, non entrano nel merito della proposta di separazione e rischiano di inquinare la scelta di voto.

Il primo aspetto da dover tener fuori il più possibile dalla discussione è lo scontro politico.
Il referendum è di iniziativa popolare, con oltre 9000 firme raccolte in tempi non sospetti, ma nel corso dei mesi si è caricato di ben altri significati, sino a diventare una ghiotta occasione per far cadere l’attuale sindaco di Venezia. Così, in molti, anche di diverse appartenenze politiche, vedono nel fronte del Sì separatista la possibilità di ferire mortalmente (politicamente si intende) il loro scomodo e ambizioso avversario. Basterà? Chi lo sa, ma certo è che il rischio di un voto stile 4 Dicembre, come successe con Renzi, è dietro l’angolo.

Al tempo stesso, andrebbero lasciate fuori dalla discussione le ambizioni meramente personali.
Tanti sono solamente alla ricerca di poltrone e altrettanti hanno solo paura di perderla. La vittoria di una coalizione di centrodestra nel Comune di Venezia è stata un unicum, il risultato di un insieme di fattori figli di determinati eventi che hanno investito la nostra città, e come tale non è così scontata una riconferma. Al contempo, la sinistra veneziana, che ancora non si capacita di aver perso la Stalingrado veneta, spera di “riprendersi” quanto, a suo parere, ingiustamente le è stato tolto.

Ecco che un po’ alla volta il “carciofo referendario” si libera di tutte le foglie esterne e arriva al cuore, nel quale dovrebbero essere ben altri i temi a tener banco per i prossimi mesi.
Ad esempio: converrà economicamente ai cittadini dell’attuale Comune di Venezia dividersi? Come verrà spartito il nostro debito cittadino? Con un Comune diviso si riuscirà a tutelare e rilanciare le diverse specificità dei due territori? E ancora, in caso di separazione ci saranno ripercussioni sul ruolo di Venezia nel Veneto?

Brugnaro ha annunciato la presentazione di un dossier sulle conseguenze (ovviamente negative) che avrebbe una separazione della realtà che oggi amministra. Speriamo ve ne siano molti altri, anche dai contenuti differenti, che possano così aiutare i cittadini ad avere un’idea il quanto più oggettiva possibile sulle conseguenze amministrative del referendum.

Ma se queste sono per lo più previsioni, una conseguenza politica certa nel caso di una separazione sarà un ridimensionamento dell’importanza del territorio veneziano nel Veneto, già oggi di molto diminuito.

Siamo sinceri, Venezia è capoluogo solo sulla carta. Non lo è né per meriti né per interessi, i quali siano essi di natura economica, finanziaria o politica sono localizzati altrove, più ad Ovest che ad Est e, di sicuro, ben distanti dalla laguna.
Il solo motivo per cui ancora oggi la città dei Dogi sia sede di uffici istituzionali è data proprio da quei Dogi, che per secoli comandarono e contribuirono a scrivere quella storia millenaria della Repubblica più longeva della storia.

In attesa dei futuri risvolti, non resta che augurarsi che i prossimi mesi siano il quanto meno politicizzati possibile e che si riesca ad entrare nel merito della questione.
Perché i politici passano, ma i debiti restano.

 

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