Attirare giovani talenti? Puntiamo sulla rivoluzione digitale

Lo scorso anno sono stati 10.374 i giovani veneti che hanno lasciato la nostra Regione per andare a lavorare all’estero. E tra molti di questi ci sono anche i cosiddetti “cervelli in fuga”, cioè giovani di talento o con una alta specializzazione professionale.

Spesso, quando si parla di questo fenomeno se ne parla in termini negativi, ma io vorrei andare in controtendenza. Perché è vero che questa migrazione rappresenta un impoverimento del nostro tessuto economico e sociale, ma il fatto che i giovani vadano fuori dai confini nazionali per lavorare non è necessariamente un male.
Anzi, in un economia globale, in un’Europa dove c’è la libertà di circolazione, è normale, anzi, è giusto, che si vada a lavorare altrove se l’offerta retributiva e professionale è più vantaggiosa rispetto a quella italiana.

Il problema semmai è un altro. Il problema è che questi giovani poi non tornano. E a questo fallimento, perché questo è un fallimento, dobbiamo aggiungere la totale incapacità di attrarre i “cervelli” stranieri.

Ma al netto dei problemi del mercato del lavoro e della burocratica che tutti noi conosciamo, cosa possiamo fare per invertire la tendenza?
Noi del Cantiere siamo convinti che la chiave di volta sia la rivoluzione digitale, nel nostro caso per ridurre i tempi e i costi diretti ed indiretti della burocrazia.

Prima di spiegarvi il perché di questo, bisogna partire da una premessa fondamentale: non possiamo seriamente occuparci di rivoluzione digitale oggi in Italia se non ci mettiamo in testa di curare il grande malato di questo Paese: la pubblica amministrazione.

Perché la prima misura da intraprendere è una profonda riorganizzazione e digitalizzazione della P.A., cioè bisogna che le pubbliche amministrazioni riorganizzino e condividano tra loro tutte le informazione che sono già in loro possesso, ma che ad oggi non riescono a gestire efficientemente.
E siccome non sempre le pubbliche amministrazioni hanno le competenze o le capacità interne per affrontare queste sfide è allora necessario che queste si aprano al mercato e a chi sappia farlo, quindi anche ai privati, che poi su quei dati ci possono lavorare e proporre loro soluzioni.

Questa riorganizzazione non riguarda solo interna della pubblica amministrazione, ma riguarda la vita di tutti i cittadini.
Facciamo un esempio per stare in tema di operazioni che sfruttino nuove tecnologie: l’esempio calzante che leghi una realtà pubblica ad una privata solo le smart city, cioè le città intelligenti.
Quindi la possibilità di rispondere a problemi e a richieste di maggiore efficienza burocratica, della gestione dei trasporti, dei rifiuti, delle licenze attraverso lo sviluppo e l’impiego di nuove tecnologie e con nuovi approcci.

Un esempio può essere quello degli account personalizzati: dei portali informatizzati dove il cittadino, l’utente abbia tutte le informazioni che lo riguardano. Dai tributi, alle cartelle cliniche, al buono della mensa del figlio, agli abbonamenti, alle richieste di concessione e di licenza. Tutte informazioni già presenti nelle diverse pubbliche amministrazioni ma che richiedono tempo ed energie per essere uniformate. Con il risultato che dovrete perdere mattinate intere per andare a recuperare delle carte che vi servono per la vostra salute o per la vostra attività.

Pensiamo anche ad un altro esempio che ci sta molto a cuore: Venezia.
Ora cominciamo a pensare all’utilizzo di nuove tecnologie per la gestione dei flussi turistici, portano a nuovi modelli e a nuovi pratiche con le quali si riesce a gestire in maniera efficiente e virtuosa i flussi turistici, che devono essere visti come una opportunità da sfruttare.
E la gestione dei flussi è importante per Venezia, ma non solo. Pensiamo a cosa si potrebbe fare per mettere in connessione tutte le straordinarie realtà del nostro Veneto, da Verona sino spiagge, dalle terre del prosecco a Padova.
Percorsi tecnologizzati, che possano portare ricchezza e occupazione, ancora di più di quello oggi è.

Ed è proprio questo il punto di svolta: rivoluzione digitale come opportunità di sviluppo economico e di creazioni di nuovi posti di lavoro.

Ma come ci ricolleghiamo alla premessa iniziale? Cosa c’entra la rivoluzione digitale con il far tornare i nostri giovani talenti ed attrarne dei nuovi?
C’entra perché chi molto spesso studia e approfondisce applicazioni, metodi e tecnologie, che creano informazioni e servizi che poi tornano utili a tutti noi sono le start up. E queste sono formate soprattutto da giovani che lavorano in gruppo. Un cooworking, dove tutti hanno competenze diverse in ambiti ma finalizzati ad un obiettivo comune.

Ma le start up oggi in Italia non hanno gli stessi spazi e le stesse opportunità che hanno in Europa e nel bacino del Mediterraneo. Ed è per questo che molti giovani decidono di andare all’estero.
Allora, per essere competitivi con l’Europa e con il mondo, perché non facilitiamo nel loro lavoro queste start up, che non fanno solo un servizio per loro stessi, ma realizzano servizi che tornano utili all’intera comunità, quindi utili anche a noi cittadini.

Perché, al netto di tutte le riforme strutturali di cui il nostro Paese ha bisogno, non pensiamo ad una zona franca in Veneto?
Non solo uno spazio a burocrazia zero, ma anche un hub fisico, dove le imprese possano essere seguite ed aiutate soprattutto agli inizi del loro percorso e dove nei grandi incubatori oltre al privato possa investire anche il pubblico se lì si sviluppano applicazioni che possono tornargli utili. Ed è una sfida a costo zero, che può partire anche da domani mattina.

Quella del digitale è una rivoluzione che sta già succedendo e continuerà in futuro, non può essere fermata e siamo noi che dobbiamo capire cosa fare e come usarla. Senza timori o paure.

di Isabella Cimino*

*articolo tratto dall’intervento dell’autrice al Convegno “Megawatt-Padova”

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