And the Oscar goes to… ?

Manca meno di un mese alla cerimonia di premiazione cinematografica più conosciuta, fastosa, forse eccessiva ma senz’altro attesa al mondo. Stiamo parlando degli Academy Awards, o più comunemente Oscar, la cui consegna giungerà all’88esima edizione il 28 febbraio (l’ultima domenica del mese, come di consueto). La conduzione sarà affidata al celebre comico Chris Rock, che già aveva ricevuto tale onere nel 2005 e la cui figura forse aiuterà a sedare le polemiche nate verso la totale assenza, anche quest’anno, di attori e registi di colore tra le candidature dell’Academy (sulle quali non ci pronunceremo, limitandoci a ricordare che il Presidente dell’Academy è la “coloratissima” Cheryl Boone Isaacs).

L’emozione di partecipare a tale maestoso e affascinante evento, pur dal televisore di casa propria, si accompagna alla curiosità ed alla speranza che i film che più ci sono rimasti nel cuore nei mesi scorsi siano adeguatamente riconosciuti anche dalla giuria. Questa ricordiamo essere composta da circa 6.000 votanti, tutti appartenenti ai vari ambiti del cinema e che hanno come requisito l’aver saputo offrire un rilevante contributo alla settima arte.

A metà gennaio sono quindi state rese note le nominations per tutte le categorie, 24 in tutto. Tuttavia, noi ci limiteremo a presentarne alcune, per tutte le altre informazioni e curiosità vi rimandiamo sul sito ufficiale degli Oscar oscar.go.com

A concorrere per il titolo di miglior film saranno quest’anno 8 pellicole: Sopravvissuto – The martian di Ridley Scott e sponsorizzato dalla NASA, il che potrebbe suggerire una certa credibilità nella storia dell’astronauta Watney, abbandonato e costretto a sopravvivere con le sue conoscenze di botanica nell’inospitale pianeta rosso; Il ponte delle Spie di Steven Spielberg, al suo quarto film con Tom Hanks come protagonista (senza tener conto delle altre collaborazioni, tra le quali la serie televisiva Band of Brothers) e che impersona l’avvocato che assisterà la CIA in una negoziazione durante la Guerra Fredda; Brooklyn di John Crowley, pellicola ambientata negli anni Cinquanta in un periodo di grande flusso migratorio dalla vecchia Europa nel Nuovo Mondo e in cui anche la giovane Eilis (Saoirse Ronan) parte dall’Irlanda in cerca di una vita migliore; Room di Lenny Abrahamson, la agghiacciante (poiché fin troppo verosimile) vicenda della giovane Joy (Brie Larson) che, dopo una prigionia durata 5 anni nello scantinato di uno psicopatico che la abusa, riesce a scappare assieme a suo figlio Jacob, nato e vissuto sempre in quei 5 metri quadrati senza la coscienza che là fuori esista un mondo; Mad Max: Fury Road di George Miller, reboot della serie iniziata nel 1979 per la regia dello stesso Miller e che lanciò la carriera di un Mel Gibson protagonista di svariate avventure in un distopico deserto australiano; Revenant – Redivivo di Alejandro González Iñárritu, pellicola sulla spedizione negli indefiniti e selvaggi territori d’America dell’esploratore Hugh Glass (DiCaprio) sulle tracce dell’uomo che gli ha portato via suo figlio; Il caso Spotlight di Thomas McCarthy, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e che racconta delle inchieste condotte da alcuni giornalisti sugli abusi subìti da decine di minori da parte di alcuni preti di Boston; dulcis in fundo, La grande scommessa di Adam McKay, che tratta della crisi economica globale del 2008 e di come uno sparuto gruppo di geniali investitori di Wall Street, avendola prevista, abbiano deciso di scommettere contro il sistema bancario (quindi anche contro loro stessi). Un argomento più che mai contemporaneo, oltre che estremamente scottante per gli Stati Uniti, mai disposti a mettere in dubbio la propria infallibile supremazia, sia pure nella finzione cinematografica: motivo per il quale questa pellicola sarà forse la grande sorpresa dei prossimi Oscar.

Come candidati per la miglior regia ci sono George Miller (Mad Max: Fury Road), Thomas McCarthy (Il caso Spotlight), Lenny Abrahamson (Room), Adam McKay (La grande scommessa) e soprattutto Alejandro González Iñárritu (Revenant – Redivivo), dal quale ci aspettiamo grandi cose dopo la vittoria della scorsa edizione degli Oscar: se riuscisse a strappare la statuetta ai colleghi anche per quest’anno, raggiungerebbe un nuovo record non solo per se stesso come terzo regista (dopo John Ford e Joseph L. Mankiewicz) ad ottenere due Oscar consecutivi, ma regalerebbe anche una terza vittoria di fila ad un regista messicano(!).

Per la categoria miglior attore protagonista concorrono Eddie Redmayne (The Danish girl), il cui talento recitativo era già stato riconosciuto e premiato dalla Academy all’ultima edizione per l’interpretazione di Stephen Hawking ne La teoria del tutto; Michael Fassbender (Steve Jobs), che possiamo vedere al cinema nella doppia veste del celebre “papà” della Apple scomparso da poco e del sanguinario sovrano Shakespeariano in Macbeth; Matt Damon (Sopravvissuto – The martian), già vincitore di un Oscar (benché come sceneggiatore per Will hunting – Genio ribelle); Bryan Cranstrevenant-snow-xlargeon (L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo), già famoso per gli amanti delle serie televisive come il padre della strampalata famiglia di Malcolm e poi consacrato grazie a Breaking Bad; infine Leonardo DiCaprio (Revenant – Redivivo), giunto ormai alla sua quarta nomination come miglior attore protagonista dopo The aviator, Blood Diamod e The Wolf of Wall Street (senza contare la sua prima nomination all’Oscar, come miglior attore non protagonista in Buon compleanno Mr. Grape), senza però aver mai raggiunto la vittoria. Le polemiche sul presunto rifiuto dell’ Academy di premiare DiCaprio sono già nate da qualche anno ed hanno racimolato un nutrito gruppo di sostenitori di tali teorie complottiste, nonché dell’attore. Senz’altro chi conosce la filmografia di DiCaprio sa che al di là del bel faccino che il mainstream ha consacrato in pellicole come Titanic o Romeo + Giulietta di William Shakespeare c’è sempre stata una ricerca di ruoli diversi, di nicchia, mai uguali l’uno all’altro e mai banali. Se si pensa anche solo ai suoi primi ruoli, come il ragazzo ritardato che gli è valso la sua prima nomination, così come al giovane disturbato in La stanza di Marvin, oppure all’indomabile Rimbaud in Poeti dall’inferno, capiamo come di DiCaprio sembri sempre cercare personaggi complessi, da poter interpretare in una sorta di autoflagellazione espiatoria. Anche nelle pellicole più recenti e più famose si può notare come l’attore non si vergogni a dare tutto se stesso nell’impersonare euforici scalatori sociali, così come gelidi scommettitori, oppure furenti sopravvissuti in una giungla di ghiacci. Lo stesso DiCaprio in una recente intervista per la BBC ha suggerito che altre interpretazioni prima di Revenant – Redivivo avrebbero douto essere notate e riconosciute nel merito. Nel caleidoscopio di personaggi da lui interpretati si può pensare che così come non ce ne sia uno all’altezza di vincere un Oscar, forse in realtà lo siano tutti: è possibile che, nel caso DiCaprio torni a casa a mani vuote pure questa volta, i suoi meriti vengano riconosciuti con un Oscar alla Carriera? Dopotutto è ciò che successe a tanti grandi autori, tra i quali anche Morricone: a questo punto forse è ciò che gli auguriamo.

In gara come miglior attrice protagonista ci sono Cate Blanchette (Carol), già vincitrice della categoria due anni fa con Blue Jasmine di Woody Allen; Brie Larson (Room), che si è già portata a casa un Golden Globe per la sua interpretazione; Jennifer Lawrence (Joy), che dopo la scoperta e l’improvviso Oscar per Il lato positivo tre anni fa, si ritrova per la terza volta in coppia con Bradley Cooper e diretta da David O. Russell (dopo American Hustle). Chissà che la sua capacità di vestire i panni della ragazzina guerriera di Hunger Games con la stessa facilità con la quale interpreta la quarantenne in carriera non le porti nuovamente fortuna. In gara anche Saoirse Ronan (Brooklyn), meritevole per la sua recitazione elegante e contenuta benché drammatica; in ultimo (ma non per importanza) Charlotte Rampling (45 anni), che dopo aver lavorato con alcuni tra i più grandi registi di tutto il mondo (basti citare nomi come Visconti, Allen, Lumet, Oshima, Ozon) si trova qui a dare forse la sua massima interpretazione, che le è valsa anche il leone d’oro a Berlino.

A concorrere per la categoria di miglior attore non protagonista ci sono Tom Hardy (Revenant – Redivivo), che troviamo anche in Mad Max: Fury Road; Mark Ruffalo (Il caso Spotlight), che da pochi giorni ha dichiarato il suo sostegno alle sovracitate polemiche sulla mancanza di diversificazione nelle candidature all’Oscar, ma che allo stesso tempo parteciperà all’evento per senso di dovere verso ciò che viene denunciato nel film; Christian Bale (La grande scommessa), che si trova ad interpretare un genio della finanza ai limiti dell’autismo; Mark Rylance (Il ponte delle spie), attore teatrale britannico noto in patria soprattutto per i suoi ruoli shakespeariani e alla sua nomination nei panni dell’agente segreto sovietico Rudolf Abel; Sylvester Stallone (Creed – Nato per combattere), che dopo aver indossato nel 2006 i guantoni di Rocky in un estremo ultimo capitolo della celebre saga, torna a vestire i panni dell’ex pugile ormai in ritiro che insegna l’arte della box e del riscatto al figlio del suo storico rivale Apollo Creed. Il tono dimesso di un ex campione che però ha ancora qualche “gancio da tirare” è stato d’effetto, rendendolo ancora una volta campione e regalandogli il Golden Globe: chissà che non replichi con l’agognata statuetta.

Come miglior attrice non protagonista concorrono Alicia Vikander (The Danish Girl), attrice in circolazione solo da pochi anni, ma così intensa in questa sua interpretazione di donna, moglie e amica forte e supportiva da sembrare destinata a fare grandi cose anche negli anni a venire; Kate Winslet (Steve Jobs), sempre aggraziata ed elegante e così anche in quest’ultima pellicola dove è Joanna Hoffman, amica e confidente di Jobs; Rooney Mara (Carol), fresca e introversa ragazza che si innamora di un’elegante donna più grande di lei in una acerba America anni Cinquanta; Rachel McAdams (Il caso Spotlight), che impersona la tenance giornalista facente parte del team (composto solo da uomini) che portò a galla i casi di pedofilia nelle parrocchie di Boston; Jennifer Jason Leigh (The hateful eight), che con la sua tosta Daisy Domergue, latitante in un nevoso Wyoming nel western di Tarantino, cercherà di tenere testa ad un altro cast tutto al maschile.

Per quanto riguarda i migliori costumi, non possiamo non supportare la straordinaria Sandy Powell, costumista pluripremiata dall’Academy e che anche quest’anno torna in concorso con ben due pellicole, ovvero Carol e Cenerentola di Kenneth Branagh, fasciando in entrambe la magnifica Cate Blanchette in tubini e cappellini in stile anni Cinquanta. Nominati per la stessa categoria sono i costumi di Mad Max: Fury Road, The Danish Girl e Revenant – Redivivo.

A concorrere per la migliore colonna sonora, le pellicole Carol, Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della forza, Sicario di Denis Villeneuve e Il ponte delle spie sono affiancate da The hateful eight, la cui musica è stata composta da Ennio Morricone. Come già accennato, il compositore italiano pluricandidato alla statuetta non è mai stato premiato fino all’Oscar alla carriera; eppure quest’anStar-Wars-7-Poster-Bannerno, già vincitore del Golden Globe, Morricone ha buone probabilità di battere gli avversari.

Candidati per il miglior documentario sono The look of silence di Joshua Oppenheimer, già vincitore a Venezia e secondo film del regista sul genocidio perpetrato in Indonesia a metà degli anni Sessanta dopo The act of killing; Cartel Land di Matthew Heineman, potente film sulle lotte contro le organizzazioni criminali messicane di narcotraffico al confine con gli Stati Uniti (Kathryn Bigelow è il produttore esecutivo!); Winter on fire di Evgeny Afineevsky, documentario co-prodotto da Netflix sui tre mesi di proteste iniziate nel Novembre del 2013 in Ucraina a favore dell’integrazione in Europa; What Happened, Miss Simone? di Liz Garbus, emozionante ritratto della strepitosa cantante jazz Nina Simone; altro racconto di una grande cantante scomparsa troppo presto è Amy – The girl behind the name di Asif Kapadia, in cui a presentare la delicatezza e la sensibilità della Whinehouse non è tanto chi le è stata vicino, quanto piuttosto lei stessa, con i video “rubati” da amici o familiari e i testi delle sue canzoni.

Per quanto riguarda il miglior lungometraggio d’animazione, non avranno gara facile gli avversari di Inside Out di Pete Docter, il lungometraggio della Pixar che ha messo d’accordo tutti sulla genialità con la quale vengono rappresentate le emozioni nella mente della giovane Riley. Per quanto riguarda l’anno appena trascorso non possiamo non essere d’accordo sul valore di tale lungominside outetraggio, benché ci rendiamo conto che potrebbe togliere ingiustamente luce all’altrettanto valido Anomalisa di Charlie Kaufman (di cui vi consigliamo di recuperare la filmografia) e Duke Johnson, altro film d’animazione vincitore del Premio della Giuria a Venezia che parla di amore e solitudine attraverso i volti “tagliati” dei burattini animati in stop-motion.Gli altri titoli in gara sono: Shaun, Vita da pecora – Il fil di Mark Burton e Richard Starzack, altro film creato dalle menti degli autori della nota serie inglese Wallace & Gromit; Il bambino che scoprì il mondo di Alê Abreu, strepitoso utilizzo delle diverse tecniche animate e di colorazione per una storia di ricerca, scoperta e speranza meno infantile di quel che lasci immaginare; infine Quando c’era Marnie di Hiromasa Yonebayashi, erede di Miyazaki allo studio Ghibli dopo il ritiro del grande autore.

In conclusione è giusto spendere due parole anche sui film in concorso per il miglior film straniero, benché nessuna pellicola proveniente dall’Italia sia stata presa in considerazione. I titoli sono A War di Tobias Lindholm, sulla battaglia personale di un soldato danese processato per crimini di guerra in Afghanistan; di ambientazione mediorientale è anche Theeb di Naji Abu Nowar, sulle vicende del piccolo Theeb, costretto alla sopravvivenza nel deserto giordano durante gli anni della Prima Guerra Mondiale; la proposta del Sudamerica è invece El abrazo de la serpiente di Ciro Guerra, liberamente ispirato ai viaggi che due scienziati fecero nei primi anni del Novecento accompagnati dallo sciamano amazzone Karamakate. Una storia di amicizia e ingiustizie sociali resi ancora più crudi dal bianco e nero della fotografia, che sceglie intenzionalmente di non mostrare i colori paradisiaci dell’Amazzonia per mostrare solo bellezze e bruttezze dell’animo umano. Ultime due pellicole in concorso, sulle quali vorremmo soffermarci, sono Il figlio di Saul di László Nemes, che già si è portato a casa i riconoscimenti dei festival di Cannes e Toronto, oltre alla fesca vittoria ai Golden Globe, nonché il Turco Mustang di Deniz Gamze Ergüven. Quest’ultimo, che abbiamo già visto a Cannes e che ci ha rubato il cuore, racconta la reclusione forzata entro le mura di casa di cinque sorelle rimaste orfane e che, in un modo o nell’altro, cercano la loro via di libertà.

Come già accennato precedentemente, la cerimonia sarà visibile in diretta su Sky e dal giorno successivo sul canale Cielo. Invitiamo pertanto tutti i cinefili a non perdersi l’evento, ad andare a riscoprire le pellicole che sono state perse nei mesi precedenti e a non farsi sfuggire le future proiezioni. Insomma, l’imperativo è sempre quello: guardate i film, andate al cinema, innamoratevi e piangete, oppure arrabbiatevi e annoiatevi, perché in fondo il cinema è anche questo e non sempre regala gioie e sorprese. Ma se riuscirà a stupirvi, avrà raggiunto il suo supremo traguardo.

Francesca Boi, FEMS

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