55.000 piccoli veneziani. E non ne rimase nessuno.

No, non si tratta di una rivisitazione più affollata del giallo di Agatha Christie, “dieci piccoli indiani”.
Il paragone di Venezia con quello che è uno dei maggiori capolavori gialli non deriva dalla fine cruenta dei suoi protagonisti, bensì da uno dei titoli alternativi che venne dato al romanzo: “e poi non rimase nessuno”.

E’ notizia di qualche giorno fa che i residenti in centro storico di Venezia siano scesi sotto la soglia dei 55.000. Un numero impensabile sino a qualche decenni fa, quando la realtà isolana della Serenissima contava anche sino a 108.426 abitanti negli anni ’70.

Sui motivi per cui la popolazione veneziana sia scesa, anno dopo anno, si è scritto tanto: rapporto costo/qualità della vita difficile da sostenere, scomodità intrinseca della città, prezzi elevati delle locazioni e degli immobili, nessuna offerta lavorativa che non dipenda dal turismo e, più in generale, una città sempre più a vocazione turistica che ha man mano fagocitato e sostituito la città “vera”.
Motivi triti e ritriti, si dirà. Nulla di nuovo quindi. E avete ragione, ma parallelamente a questi motivi credo che vi sia una domanda di fondo a cui non sempre le amministrazioni comunali, che si sono succedute al governo della città, hanno saputo rispondere in maniera chiara e trasparente: cosa si vuole fare di Venezia.
Anzi, semplifico ulteriormente la domanda: Venezia deve essere solo una città-museo od anche una città viva e vissuta?

Sulla differente risposta si basa il destino della Città. Perché scegliere l’una o l’altra significherebbe non solo dare una risposta “programmatica” sul destino del centro storico, ma anche mettere in atto tutta una serie di operazioni, strategie e politiche conseguenti a tale scelta.
Facciamo degli esempi.
Si sceglie di far diventare Venezia una città-albergo e di non puntare sulla residenzialitá? Va bene, ma allora bisogna potenziare, gestire ed anche abbellire la terraferma, perché ora come ora, soprattutto Mestre, è tutto meno che una città a misura di cittadino e non invoglia certo a risiedervi.
Si sceglie, invece, di investire nel ripopolamento del centro storico? Va bene, allora gli enti pubblici dovranno adottare tutte le politiche residenziali necessarie, senza scaricare sui privati il problema che ad oggi non è altro che una guerra fratricida tra chi cerca casa e chi, invece, preferisce affittare ai turisti.

Ma che si scelga l’una o l’altra visione di città, l’unica operazione comune a queste due diverse “strategie” deve essere quella di stanare e punire severamente chi sull’abusivismo e sul sommerso ci lucra. Scelta che sarà sicuramente impopolare, visto il numero dei soggetti coinvolti, ma che si rende necessaria e vitale. Non possiamo pretendere dal turista il rispetto verso la città, se poi siamo noi i primi che non ci diamo regole e non le facciamo rispettare per pigrizia o inerzia.

Perché alla fine, senza un’idea chiara su cosa si voglia fare di questa città, si rischia davvero che qui non ci rimanga nessuno. Ma forse si vuole proprio questo.

di Isabella Cimino

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