La conquista della libertà e la sua difesa

La satira viene definita come un genere artistico che vuole proporre le contraddizioni di una società, facendo leva sugli aspetti più sensibili di essa, che spaziano dalla politica sino alla religione. Pertanto, è per sua stessa natura irriverente e propensa a superare i limiti.
Ammetto che non è un genere che mi sia mai piaciuto particolarmente, proprio per quella sua natura necessariamente esagerata ed irriverente, lontana dal mio modo di pensare e di esprimermi; ed è per questo motivo che non la guardo in televisione e non compro i giornali che la trattano.
Qualche giorno fa, invece, ho comprato per la prima volta una rivista satirica: Charlie Hebdo. Questo non perché, ripeto, la satira mi piaccia, ma per quello che questo periodico oggi rappresenta. Perché come con l’attacco alle Torri Gemelle l’11 Settembre del 2001 si volle colpire il simbolo dell’economia e del potere americano, con l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo avvenuto il 7 Gennaio scorso a Parigi si è scelto di colpire il simbolo della libertà di espressione dell’occidente, del dissenso sarcastico, ed anche della democrazia.

In questi giorni tutti noi eravamo Charlie. Lo si gridava a gran voce sui giornali, sui social network, nelle piazze. Tutti urlavano che non avrebbero ceduto, che avrebbero difeso la libertà di espressione, la nostra libertà.
Ma la verità è che non eravamo più Charlie già dal momento in cui abbiamo riposto le bandiere di Francia e le matita rivolte al cielo. Anzi, forse non lo siamo mai stati nemmeno prima.
Non lo eravamo quando non abbiamo difeso la stessa redazione di Charlie Hebdo quando nel 2006 fu vittima di minacce pubbliche per la ripubblicazione delle vignette contro Maometto ad opera di un giornale danese.
Non lo eravamo quando il regista olandese Theo Van Gogh veniva trucidato per le strade della sua città da un estremista islamico come ritorsione contro alcune immagini del suo film “Sottomissione”.
Non lo eravamo quando una giornalista americana, che aveva difeso il cartone animato South Park nel quale si irrideva il profeta (come in egual misura il cartone ha sempre fatto con tutte le altre religioni, partiti, star o altro al mondo!), veniva colpita dalla fatwa e costretta ora a vivere sotto protezione dal Governo americano.
Non lo eravamo nemmeno quando lo scrittore Salman Rashdie, compito anch’egli da una fatwa mondiale per il suo libro “versetti satanici”, si vide costretto a rifugiarsi in Europa; né lo eravamo mentre il suo traduttore giapponese veniva sgozzato in mezzo ad una strada e quello italiano ridotto in fin di vita da un aggressore.
No, non siamo tutti Charlie. Dovremmo esserlo, ma non lo siamo.

Quella domenica di Gennaio Piazza della Repubblica a Parigi era piena. Stracolma, come non la si vedeva da decenni. Mentre si levavano le grida “Je suis Charlie”, un’altra parola echeggiava in quella piazza in mezzo a quei milioni di cittadini francesi che hanno sfilato assieme ai Capi di Stato dei principali Paesi: liberté. Libertà.
Ma che cos’è la libertà? Riusciamo ancora a comprenderne la portata? Ne capiamo ancora il valore?
Quella libertà per la quale si è lottato per secoli, per la quale milioni di persone sono morte e per la quale i nostri nonni hanno combattuto e, spesso, sono morti.
Perché i diritti e le libertà che tutti noi abbiamo, non sono scontate, non sono qualcosa che ci è stato gentilmente concesso da qualcuno, ma sono figli di lotte e di conquiste, di cittadini che si sono rivoltati contro loro aguzzini, di figli che si sono rivoltati contro i padri, di donne che si sono rivoltate contro una società che le voleva solo appendici mute degli uomini.
La nostra libertà ci pare oggi come qualcosa di acquisito che al massimo potrà solo che aumentare, migliorare, ma mai diminuire. Invece, abbiamo visto in queste ultime settimane che non è così.
E questo deve essere ben chiaro a quelle generazioni cresciute in un periodo di pace, nel quale si può viaggiare e comunicare tra i vari Paesi europei e del Mondo senza alcuna restrizione o problema. Quella stessa generazione per cui la guerra è solo un’eco nei titoli dei telegiornali, una pagina del libro di storia o un racconto lontano dei loro nonni che l’hanno vissuta.
Deve essere chiaro anche per le donne, le quali hanno combattuto secoli per rivendicare i loro diritti e per conquistare le loro libertà in Paesi che ha visto solo in epoca recentissima riconoscere loro anche solo il diritto di voto.

E’ come un corpo sano che di colpo viene attaccato da una malattia difficile da curare, che fino ad allora si pensava non potesse accadere. Perché solo quando si è malati si capisce il valore della salute e quanto sia importante curarci e prevenire i mali.
Quella che si prospetta nei prossimi anni sarà una battaglia lunga e complicata, quasi “a puntate” per molti aspetti. Sarà una battaglia talmente diversa dalle precedenti che richiederà prese di posizione nette, ma sagge, senza populismi o facili intolleranze che rischiano oggi di minare nel profondo quell’Europa espressione di libertà che i nostri padri hanno costruito e che tutti noi ora dobbiamo difendere e mantenere.

di Isabella Cimino

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