Blade Runner 2049

di Maria Parisi

Correva l’anno 1982, o meglio il 14 Ottobre 1982, quando nelle sale americane uscì per la prima volta Blade runner, un film di fantascienza sì, ma dalle caratteristiche estremamente singolari: mescolava il genere hard boiled/noir anni ’40 con la fantascienza e i film d’azione, ambientato in un futuro vicino estremamente cupo dalla forte l’influenza orientale (uno strano mix tra le metropoli americane e una Tokio futuribile), dove l’inquinamento è un male diffuso e l’uomo per sopravvivere sfrutta i replicanti, androidi costruiti in laboratorio, come forza lavoro militare alla conquista di nuovi mondi. Un film che parlava di futuri e galassie lontane ma i cui protagonisti escono dal centro città solo nei titoli di coda.

In poche parole, almeno sulla carta, si trattava di un film troppo impegnato per piacere ai fan di Star wars e troppo poco impegnato, invece, per i fan di 2001 Odissea nello spazio.
Così sulla base di una spesa produttiva enorme il film fu un vero fiasco, in America piacque poco, in Europa poco di più eppure…con il passare degli anni, il passaparola aumentò e di generazione in generazione ed oggi è considerato non solo cult ma anche un classico del genere fantascientifico a tutti gli effetti.

La storia del cacciatore di replicanti Rick Deckard al lavoro sul suo ultimo caso, prende spunto dal racconto Il cacciatore di androidi di Philip K. Dick, che all’epoca non era ancora uno degli autori di fantascinza più amati dal cinema (Atto di forza e Minority report giusto per citare i titoli più noti). Ma l’identità del film deve molto al suo regista Sir Ridley Scott che nei primi anni ’80 era affermato più nel campo della pubblicità che nel cinema, dove aveva debuttato relativamente da poco ma con un paio di film davvero eccezionali I duellanti e Alien, un altro mix di generi tra horror e fantascienza.

Per Scott Blade runner era un’occasione unica, aveva tutte le possibilità produttive del suo secondo film e, almeno sulla carta, la libertà autoriale del primo.
E questa libertà ci fu almeno fino a un certo punto, non a caso troviamo tanti elementi a lui cari e alcune costanti: come l’attenzione ai dettagli nella costruzione dell’ambiente, colori, scenografia (qui davvero imponente e tutta costruita in scala in studio), l’uso della colonna sonora (firmata Vangelis), un protagonista “tosto”, l’azione costante, ma non sincopata, costruita in un montaggio perfetto.

Ma al di là delle solite difficoltà produttive e da set, arriviamo alla storia scottante: il finale e le ben tre versioni di Blade runner, che ruotano tutte intorno a una sola domanda “Chi è davvero il protagonista/cacciatore di replicanti Rick Dekard (interpretato da Harrison Ford): un uomo o un replicante/androide?”.
Produttore, attore protagonista e regista infatti non andavano d’accordo su questo punto e lo sceneggiatore faceva la Svizzera senza prendere precise posizioni. La discussione si fece aperta e pesante finché non fu il produttore ad averla vinta (e per chi ama la vecchia versione come me fu una vera fortuna).

Per chi abbia visto film nella versione degli anni ’80, quella voluta dal produttore, la risposta sull’identità del protagonista è abbastanza scontata, per chi abbia voluto confrontarsi con quella degli anni ’90 e 2000, director’s cut, la risposta non è poi così semplice anzi … tanto che quando fu annunciato il sequel Blade runner 2049 in molti si aspettavano la risposta definitiva su questo punto.

Blade runner 2049 questa volta vede Ridley Scott nel ruolo del produttore, come ormai è da parecchi anni (sapevate tra l’altro che è suo il sempre philpkiano e bellissimo The man in the high castle?) mentre alla regia c’è ancora una volta un regista abbastanza giovane , molto promettente, con una forte identità autoriale, il canadese Denis Villanueve. Un regista che almeno sulla carta ha una forte sintonia con Scott, infatti Villanueve pur non rinunciando all’autorialità non disdegna le produzioni Hollywoodiane, ed è diventato famoso proprio per l’uso della luce e della scenografia (svuota gli spazi quanto Scott li riempie), senza contare che ha all’attivo un film di fantascienza particolarmente riuscito: The Arrival.

La storia di 2049 si aggancia a quella del primo film ma ne rovescia le prospettive: se prima vedevamo il mondo attraverso occhi umani (sì sposo la teoria del produttore), adesso lo facciamo attraverso quelli di un replicante. Il protagonista, interpretato da Ryan Gosling è un androide di ultima generazione che da la caccia ai vecchi modelli, meno “obbedienti”.

Se prima ci si concentrava su un evento singolo e una storia intima, qui si cerca di allargare il respiro non solo mostrando un mondo articolato al di là delle mura cittadine, ma anche esplorando le conseguenze e le implicazioni globali del giallo che vediamo in superficie.

Un sequel intelligente, e ultimamente non è poi una cosa così facile, che si prende molti rischi decidendo di non omologarsi ai ritmi concitati dei film contemporanei, ma allontanandosi anche dal ritmo dinamico del primo capitolo.
Provondo e commovente, grazie anche all’intepretazione del sempre bravo Ryan Gosling, che ci dona almeno 4 sequenze memorabili (eh no che non ve le dico, andatelo a vedere!) anche se nessuna al pari per poeticità allo scontro finale tra Harrison Ford e Rutger Hauer ( ma di quelle se ne fanno una ogni mille film).
Come il primo è curato meticolosamente esteticamente, ma non lo è altrettanto nella cura di ogni singolo personaggio…e purtroppo sono i ruoli femminili quelli che ne risentono di più.

Al momento pur se amato dalla critica Blade runner 2049 non sta riscontrando il successo che ci si aspettava ma chissà, magari anche questo, come successe col primo, lo rivaluteremo nel tempo avvenire.

 

 

 

 

 

 

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