Il 2017, l’anno di The Donald e Putin

Donald Trump ha giurato da 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, succedendo così a Barack Obama, divenuto Presidente 8 anni fa e rimasto in carica per due mandati.
Difficile fare oggi un bilancio immediato dell’amministrazione Obama e, possiamo dirlo, vale anche per lui quanto si è detto per tutti gli altri presidenti: sarà la storia a darci un quadro più obiettivo del loro operato.

Sicuramente la forza mediatica del primo presidente di colore, premio Nobel per la Pace, icona mondiale del sogno americano (almeno nella prima parte del suo mandato presidenziale) faranno pendere l’ago della bilancia dal lato positivo anche se, come detto, sarà la storia a mostrarci sotto la giuste luce gli eventi, spesso drammatici, che hanno caratterizzato il mondo nell’ultimo decennio. Per fare un esempio di facile comprensione possiamo riferirci al presidente Kennedy, di cui si ha un ricordo positivo nonostante le molte ombre sulla sua persona e sul suo operato, e al presidente Nixon, di cui abbiamo un’immagine non certo edificante nonostante molte cose positive che invece ha realizzato.

Tornando a The Donald, poco possiamo dire che non sia già stato detto sul suo passato di imprenditore e di persona tra le più chiacchierate d’America. Molto invece dobbiamo domandarci su cosa ci aspetti dal suo mandato presidenziale che scadrà nel 2020.
Non sono i suoi propositi di politica interna a turbarci (muro col Messico, riforma sanitaria, ecc…) ma da europei dobbiamo saper reagire ai suoi propositi in politica estera. L’Europa è la più antica e prospera comunità politica, economica e sociale. Per secoli ha guidato il mondo e ha imposto il suo ordine e le sue leggi.

Da molti decenni l’Europa non è più al centro del mondo, avendo ceduto il passo al protagonismo statunitense e all’affermarsi di potenze economiche e demografiche come Cina e India. Recenti sono le uscite di Trump sulla Nato, la Brexit e la Merkel che devono preoccuparci. E’ evidente l’immobilismo della Nato rispetto a scenari di guerra (Siria, Libia, …), sono palesi le simpatie, anche nel campo europeo, per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ed è altrettanto chiaro che la politica tedesca pesa (eccome!) in Europa e che la Cancelliera Merkel è di fatto la donna più potente del mondo perché ha saputo legare gli interessi della Germania al destino dell’Europa.
Ciononostante, rischiamo di trovarci tra più fuochi (spinte centrifughe rispetto all’UE, rivolte nei Paesi musulmani che si affacciano sul Mediterraneo, una politica espansiva di Putin e la ritirata USA dagli scenari più “caldi”) e di non avere un’adeguata organizzazione per poter rispondere e mediare.

Tutti ormai concordano sul fatto che quest’Europa non funzioni (da ultimo anche il neo-eletto presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, da sempre forte sostenitore dell’UE) e la ovvia necessità di riformarsi. Nei giorni seguenti alla Brexit molti avevano sperato in una presa di coscienza generale tra i governanti del Vecchio Continente circa la necessità di superare la sola unione monetaria e di giungere ad un’unica voce in politica estera e militare.
L’Europa è debole e si prepara ad affrontare un anno difficile anche dal punto di vista della politica interna dei singoli Stati membri: le scadenze più importanti riguardano Germania, Francia e Italia. I tedeschi votano per la riconferma della Merkel, oggi meno scontata dopo le crisi migratorie, la crisi economica che, al di là dei dati generali, attanaglia aree depresse anche in Germania, e gli ultimi attacchi di Trump.

La Francia uscirà dal quinquennio Hollande con il pericolo Le Pen, lo sgretolamento della sinistra e la sfida tutt’altro che in discesa del candidato di centro-destra Fillon. L’Italia, persa la scommessa di Renzi sul Referendum Costituzionale, è oggi retta da un Governo “a tempo” che però si trova a gestire il crac delle banche, le emergenze mai finite del terremoto, il debito pubblico a livelli stellari, eccetera eccetera.

Tempi duri quindi, divisi tra tifosi di Trump e di Putin, tra euroscettici ed eurofanatici, falchi e colombe. Continua a mancare un numero di telefono dell’Europa (rispondendo alla battuta di Kissinger) ma la vera novità è che, dopo cinque anni, la Juventus sembra avere rallentato in campionato. E questa forse, da buon milanista, è l’unica notizia positiva.

di Alvise Canniello

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