Giovani, Università e lavoro. Intervista a Michele Tiraboschi

Intervista di Isabella Cimino

I dati della disoccupazione giovanile continuano ad aumentare e lo stato del nostro mercato del lavoro appare sempre più instabile e precario. Abbiamo chiesto un commento su questi ad altri temi a Michele Tiraboschi, Professore Ordinario di diritto del lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia e Coordinatore scientifico di ADAPT, associazione di studi sul lavoro fondata nel 2000 da Marco Biagi.

Professor Tiraboschi, i recenti dati ISTAT mostrano che la disoccupazione giovanile in Italia sia tornata sopra il 40%, testimoniando come questo fenomeno che non si attesti affatto a diminuire. Cosa, secondo Lei, non ha funzionato nella Riforma del Jobs Act?

I dati sulla disoccupazione giovanile sono complessi e di difficile lettura. A fronte di un aumento del numero di disoccupati abbiamo una buona diminuzione di giovani inattivi, anche se questo non giustifica l’incapacità di un sistema di dare risposte a centinaia di migliaia di giovani alla ricerca di un futuro. Credo che la principale colpa del Jobs Act sia quella di aver scommesso su una decontribuzione generalizzata, che ha finito per premiare i lavoratori più maturi e con alle spalle anni di esperienza, lasciando a bocca asciutta i giovani. Grave, in particolare, aver depotenziato gli sforzi del decennio passato sul rilancio dell’apprendistato e sul corretto utilizzo degli stage che oggi registrano gravi abusi anche nell’area di Garanzia Giovani che è una occasione mancata dal nostro Paese. A ciò dobbiamo aggiungere che il timore di perdere la tutela dell’articolo 18 stabilita dalla regole del Jobs Act, che si applicano solo ai nuovi assunti, ha ingessato notevolmente il mercato del lavoro, disincentivando la mobilità e quindi aprendo meno spazi alle nuove generazioni.

Spesso si lamenta uno scarso collegamento tra scuola, università e mondo del lavoro, mostrando, talvolta, quasi una contrapposizione tra teoria e pratica. Crede che l’offerta formativa delle nostre università vada rivista?

Ritengo che vada profondamente rivista non solo l’offerta formativa ma prima ancora la didattica, il modo di insegnare e la struttura stessa delle facoltà e dei dipartimenti. Infatti viviamo nel paradosso di avere un modello universitario didatticamente verticale (per facoltà / dipartimenti) all’interno di una società sempre più orizzontale, complessa e relazionale. Difficile pensare che nel mondo del lavoro contemporaneo, e ancor più in quello che ci ritroveremo tra qualche anno, vengano premiati i profili iper specialistici quanto piuttosto coloro che sanno avere una anima e delle competenze di tipo interdisciplinare, che sappia unire in un sistema le nozioni diverse e applicarle all’interno di contesti caratterizzati da imprevedibilità e complessità. Per questo serve un contatto più stretto con le realtà produttive, che non significa formare giovani per il mercato, ma formare giovani anche guardando a come sta cambiando il mondo. Centrale è in ogni caso una didattica moderna legata a esperienze reali e in situazioni di compito, superando uno studio legato non alla costruzione di competenze quanto al mero superamento dell’esame.

Recentemente il Presidente dell‘ANPAL ha proposto di inserire 1000 tutor per il dialogo tra scuola, università e impresa. Pensa si stia andando verso la direzione corretta?

La necessità di intervenire sul dialogo tra scuola, università e imprese è evidente ma il rischio di questa proposta è costruire profili neutri che non conoscano a fondo nessuna di queste realtà. Sarebbe più efficace che i docenti stessi si facessero carico di svolgere questo ruolo di ponte, ma questo implicherebbe una apertura all’esterno alla quale spesso non sono disponibili. Ritengo quindi che l’idea dell’ANPAL colga un aspetto fondamentale ma che occorra portare nelle scuole e nelle università questa urgenza, iniziando con un serio lavoro di riqualificazione dei docenti in modo che abbiano tra le loro competenze base quello di aiutare i giovani nella costruzione di potenziali percorsi di carriera.

In questi ultimi anni abbiamo sentito diversi esponenti di Governo definire i giovani italiani come bamboccioni, choosy o sfigati, suscitando non poche polemiche. Forte anche della sua esperienza, che idea si è fatto dei giovani italiani?

E’ chiaro che il panorama dei giovani italiani è molto variegato ed è difficile poter dare una definizione o un giudizio unico, infatti ciascuno è caratterizzato da una storia particolare. Proprio per questo gli aggettivi infelici utilizzati nei confronti dei nostri ragazzi risultano assolutamente inappropriati oltre che semplicistici. A fronte di molti giovani che si sono adagiati nella piaga dell’inattività abbiamo molte famiglie che o spingono i ragazzi verso percorsi di studio poco utili o che incolpano un sistema proteggendo così i giovani senza spronarli ad osare.

Negli ultimi mesi i voucher sono stati elevati a “demone” del nostro mercato del lavoro e a breve saremo chiamati a votare per il referendum sulla loro abolizione. Secondo lei vanno eliminati del tutto o devono solo essere modificati e ricondotti nei binari della legge Biagi?

Come al solito si rischia di buttare il bambino con l’acqua sporca. I voucher sono uno strumento utile per garantire flessibilità a imprese e lavoratori all’interno di alcuni settori e per alcune attività specifiche. Il problema è stato l’abuso al quale abbiamo assistito negli ultimi anni, frutto anche degli interventi del Jobs Act che hanno cancellato altri strumenti di flessibilità come i contratti a progetto. Occorre quindi ridurre le possibilità di abuso, e in parte questo è già stato fatto attraverso gli ultimi interventi sulla tracciabilità, che stanno dando, secondo i dati disponibili, i primi effetti. Altri interventi potrebbero essere relativi al numero massimo di ore utilizzabili all’interno di una singola impresa rispetto al totale delle ore lavorate.

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