Il cappio delle regole (e del politicamente corretto)

Non era una questione di se, ma di quando. Gli attacchi avvenuti nell’aeroporto e nelle stazioni metropolitane di Bruxelles non sono solamente l’ennesima e tragica dimostrazione di forza del terrorismo islamico, bensì, proprio perché il Belgio era un obiettivo sensibile, sono l’emblema della totale inadeguatezza e del fallimento delle politiche di sicurezza, di prevenzione e di intelligence dei paesi europei. A partire dal Belgio.

Proprio nelle ore in cui i belgi festeggiavano la cattura e gli intenti di “collaborazione” di Salah Abdeslam, arrestato pochi giorni prima nel quartiere di Mulenbeek, Bruxelles si preparava ad essere teatro di quattro attacchi terroristici, che avrebbero causato 34 morti e oltre 200 feriti. Eppure la capitale delle istituzioni belghe era nel mirino dell’intelligence di mezzo mondo. Neanche ventiquattrore prima degli attentati, il New York times aveva pubblicato un rapporto di 55 pagine stilato dalla polizia francese sui fatti del Bataclan. Da questo rapporto era emerso un quadro inquietante, che rappresentava il Belgio come uno Stato pronto ad esplodere: almeno 90 foreign fighters ritornati in Belgio e pronti a colpire, che si appoggiavano alla comunità islamica belga, a partire dai loro familiari.

Sono queste alcune delle ragioni che han- no portato lo scrittore fiammingo Peter Aspe ad affermare che il Belgio sia uno Stato “fallito”: uno Stato con 19 sindaci autonomi con 19 polizie, tanti quanti sono i Comuni in cui è divisa, che non sono controllati dal governo centrale federale. Le (in)capacità della polizia belga sono un ottimo punto di partenza per una discussione che è ritornata in auge nei giorni scorsi che ad oggi resta ancora senza risposta: il confine tra Stato di diritto e terrorismo.

Partiamo da alcuni dati significativi: in Belgio è illegale perquisire una abitazione privata dalle 21 alle 5 del mattino. Questa regola se può sembrare curiosa in circostanze normali, appare folle in un momento così delicato e ancora peggiore è il fatto che questa norma non è stata modificata dopo gli attentati di Parigi, quando anche il Belgio era stato individuato come un obiettivo ad alto rischio.

Altro dato: buona parte dei terroristi che hanno colpito l’aeroporto e le metropolitane belghe erano già stati schedati se non addirittura arrestati, ma in seguito rilasciati per scarsità di prove, dalla polizia belga e in altri casi dalle intelligence di Stati europei, del Nordafrica e della Turchia.

Insomma, un colabrodo che lascia sgomenti se non impietriti. Si è parlato anche di istituire un coordinamento tra i servizi segreti europei, ma la strada sembra lunga e complessa, se a monte non vi è una unità politica. La storia insegna che prima si uniscono gli eserciti, poi le istituzioni e infine la moneta. Noi abbiamo fatto l’esatto contrario e ora ne stiamo pagando il prezzo.

Comunque, un dato deve emergere forte e chiaro dagli ultimi fatti di sangue: il terrorismo non si può combattere con le armi della giustizia ordinaria. Non si possono contrastare i terroristi con i tempi dei tribunali, con le istruttorie, con gli interrogatori di garanzia, insomma, con il formalismo giudiziario. Nessuno evoca una Guantanamo europea, ma una presa di posizione netta dagli Stati deve essere presa, perché la sensazione che traspare è che il problema non sembra essere preso in considerazione più di tanto dall’opinione pubblica occidentale. Intrappolati tra un tweet strappalacrime e una nuova immagine profilo omaggiante le vittime, stiamo rischiando di essere vittime della cecità di un politicamente corretto che questa volta si gioca sulla pelle delle vittime di ieri e di quelle che verranno.

Mentre noi discutiamo di cosa sia giusto o meno dire e fare, i nostri nemici rapisco- no, stuprano, tagliano gole e ci uccidono nelle nostre città. Appena abbiamo un terrorista tra le mani lo rilasciamo per insufficienza di prove nella fase istruttoria, salvo poi prontamente sdegnarci quando il nome di quell’arrestato lo ritroviamo tra i titoli del giornale il giorno dopo le stragi.

Innalzare i livelli di sicurezza non vuol solo dire mettere più militari a pattugliare le strade, ma rafforzare gli strumenti di indagine e di fermo dei sospettati. Perché misure che sarebbero giustamente incomprensibili in un momento di pace si rendono necessarie in uno stato di guerra, a maggior ragione se il nemico in questione è diverso da tutti quelli precedenti e non sappiamo ancora come distruggerlo.

Prima si agirà in questo senso e migliori strumenti avremo per contrastare i terroristi. E’ necessario prendere misure in tal senso il prima possibile, soprattutto prima che l’estrema destra si riorganizzi in Europa. I primi focolai già ci sono, e se non ci si attiverà in tempo questa volta sarà molto difficile fermarne l’avanzata.

di Isabella Cimino

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